Maggio 2013. Diario di una casalinga disperata

pulizie+di+primavera

Premetto che non sono una casalinga, né una casalinga felice, né tanto meno vorrei esserlo. Ma quello che faccio lo faccio da casa. E le nostre finanze sono talmente in rosso che non possiamo permetterci aiuti di alcun tipo. E siccome il padre di mio figlio esce ogni giorno per andare a lavorare, va da sé che quasi tutto il peso domestico ricade su di me. Insomma, da splendida single che vive sola col suo cane, mi ritrovo ora a sperimentare la vita della casalinga.

Nella vita bisogna provare tutto. Se ne trae sempre un insegnamento…

Nessuno può capire quale sia davvero la giornata tipo della casalinga se per un caso più o meno fortuito della vita non gli è capitato di ritrovarcisi dentro.

E allora iniziamo il nostro breve viaggio nello splendido mondo della “donna di casa” alias regina del focolare.

Partiamo dalla mattina. Apriamo gli occhi e di fronte abbiamo la casa come la giornata precedente ce l’ha restituita: i giochi sparsi per tutti i sessanta metri quadri scarsi dell’appartamento, la cucina sottosopra, i vestiti buttati alla rinfusa, la camera da letto come Beirut, la cesta dei panni sporchi traboccante, lo stendino carico di panni umidi che vaga per lungo e per largo secondo le esigenze e le attività del momento.

Il primo caffè non è sufficiente. Si passa immediatamente al secondo. La mattina trascorre tra telefonate, concentratissimi minuti sparsi qua e là davanti al computer, il tentativo di fare un po’ di ordine e di pulizia. In primavera la situazione è aggravata dal fatto che Ozu, la cana, si spoglia del suo pelo per prepararsi al caldo estivo. E i cambiamenti climatici non aiutano: caldo freddo freddo caldo pioggia sole sole pioggia. Lei i peli li perde e li rimette, li perde e li rimette finché finalmente non arriva l’afa estiva a mettere il punto a qualsiasi corrente più fresca.

In men che non si dica è l’ora del pranzo. Arrivo quasi sempre con l’affanno all’obiettivo di mangiare e far mangiare Orlando, che da un giorno all’altro subisce sbalzi orari tali da rendere impossibile fare piani di azione che superino la mezz’ora. Se non ha già dormito durante la lunghissima attesa del pranzo, è adesso che si addormenta, ma non è detto, perché il sonno qui da noi è un nemico da sconfiggere e qualche volta mio figlio ce la fa, resta sveglio fino alla sera senza mai chiudere occhio dalla mattina.

Nelle due ore del suo pisolino, io mi muovo per casa in moviola: al computer, dove apro un file dopo l’altro pensando di poter mettere mano a tutto, in cucina, regno dei piatti sporchi, in bagno per fare una doccia. Poi finalmente seduta al computer con una tazza di caffè, la terza e ultima della giornata. Manca solo la sigaretta. Ma un giorno, lo so, ricomincerò.

A un certo punto Orlando si sveglia e nonostante io possa stare ancora delle ore a fare le mie cose, sembrerà assurdo, ma quasi quasi tiro un sospiro di sollievo: posso finalmente uscire dalla modalità della moviola. È arrivata l’ora di andare al parco e in ludoteca, perché mio figlio ha bisogno di socializzare. Io no, lo giuro, me ne starei tranquilla per conto mio, ma vado, lo porto, lo osservo, lo sostengo, e intanto mi guardo intorno. E un po’, lo ammetto, mi diverto. Il parco bimbi di via Matteucci merita un post a sé, e un giorno lo scriverò.

Ecco le mie ore di relax. Io a questo punto non devo fare niente se non quelle attività piuttosto leggere che sono seguire a singhiozzo i suoi giochi e osservare come va il mondo da queste parti.

Le due ore sono trascorse ed è di nuovo tempo di mangiare. Si corre a casa e si cucina per lui, perché se andiamo troppo in là con la serata non mangia più niente. Infine è tempo di giochi, gli ultimi prima di andare a dormire, ma per arrivarci bisogna prima intraprendere la santa guerra contro il sonno, che stavolta, lo so, vincerà, ma non è detto che ci riesca subito.

Orlando dorme e inizia la mia serata. E sono già le dieci, dieci e mezza.

Va detto che mi piace complicarmi la vita. Così le mie smanie di decrescita felice mi portano a concentrare la spesa nel weekend, per poter comprare direttamente e a kilometri zero, cosa che a Roma sembra difficile, a meno di acquistare le carote di Piramide. Ma il sabato e la domenica i contadini vengono da noi, a mezz’ora di cammino. Così io Orlando e Ozu ci avviamo a piedi alla conquista del cibo. Complice solo un passeggino “nuovo”, acquistato di recente in un negozio dell’usato e sul quale mio figlio miracolosamente accetta di salire per le passeggiate più lunghe. Ma Roma in passeggino è un altro argomento che merita di essere trattato a parte, e un giorno lo farò.

Alla fine della fiera la mia conclusione è questa: c’è voluta una mente davvero perversa per inventarsi un lavoro come questo, trasformarlo in dovere ed evitare qualsiasi tipo di retribuzione o riconoscimento. Un lavoro che inizia la mattina presto e finisce la sera tardi, che non prevede pause pranzo né pause caffè perché ogni pausa è nuovo lavoro.

Non sono un’appassionata di lavoro, nel senso che nella vita mi piace fare ciò che mi piace, e penso che nessuna vita dovrebbe essere interamente sacrificata al lavoro, perché ci sono tante cose belle che vale la pena non farsi sfuggire. Non credo che il lavoro renda liberi, credo piuttosto che sarebbe auspicabile liberarci dal lavoro così come è concepito. Ma questo è un discorso complesso che esula, forse, dalle mie giornate. Nel frattempo, mentre mi alleno per cambiare il mondo, sperimento l’ultima ruota di questo bel carro che è il nostro mondo produttivo.

L’altro giorno Orlando e il padre sono usciti insieme, lasciandomi sola in casa libera di lavorare e basta. Quando sono tornati, il mio compagno mi ha chiesto: beh, ti sei riposata? Chiunque può immaginare la risposta, il dramma però è che mi sentivo riposata davvero.

pannolino, per sempre addio

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Da circa un anno Orlando porta il pannolino solo di notte. Di giorno abbiamo raggiunto presto un perfetto eccì. Con l’inizio della primavera mi sono detta: tra poco toglieremo anche quello notturno. Ma prima che mi decidessi a farlo, mentre studiavo complicate strategie per arrivare al magico momento della fine di ogni imbracatura, Orlando mi ha preceduta e ieri sera non ha voluto farselo mettere. Io mi sono fidata, ho detto “ok, proviamo” e ho incrociato le dita (essere svegliati in piena notte per cambiare il letto e il bambino è piuttosto faticoso). Stanotte si è svegliato una sola volta dicendomi “pipì”. L’ho portato in bagno, l’ho riportato a letto, si è riaddormentato subito e ha fatto di nuovo la pipì stamattina, dopo essersi alzato. Le cose possono accadere molto naturalmente, qualche volta. Bisogna lasciarle un po’ andare.

Scuola per l’infanzia. L’invenzione di un diritto

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In macchina, mentre guido, quasi sempre ascolto la radio. L’altro giorno ho seguito una trasmissione che affrontava il tema della maternità e dei servizi all’infanzia. Cioè gli asili nido. Ovviamente pubblici. Un argomento delicato. Il nido è un diritto che lo Stato dovrebbe garantire. Questo è un dato certo e i dati certi non si discutono.

Ho già scritto un post in cui affrontavo la questione dei costi pubblici delle scuole per l’infanzia. Parliamo di cifre importanti che competono col sussidio di disoccupazione e col reddito di cittadinanza. Tanto alte da impedire di coprire l’intero fabbisogno nazionale, a meno che non si abbassi ulteriormente il tasso di natalità, ma anche questa sembra una strada poco praticabile.

La cura di un bambino non può essere affidata esclusivamente a un genitore, la madre. È umanamente e socialmente insostenibile. Lo Stato allora dice: ci penso io. Nella realtà le cose non stanno così. Lo Stato ci mette un’idea, la trasforma in diritto, fa un bilancio economico, centralizza, burocratizza, crea liste e graduatorie, copre le spese che può, lascia scoperto il resto e siccome il nido è un diritto, chi non è rientrato nelle spese pubbliche se la cava come può: manda il figlio alle scuole private. Chiunque sia a pagare, comunque bisogna andare.

Sembrerebbe un tabù. D’altronde quando si parla di diritti, diventa davvero difficile sottrarsi e formulare un’ipotesi diversa. I diritti sono inalienabili, anche se c’è chi non ne vuole usufruire.

Eppure voglio andare oltre. No grazie, questo diritto mi sta stretto. Lo Stato, a ben vedere, è un grande padre di quelli vecchio stile che mandavano i figli a lavorare per poi gestire da soli le finanze di casa. Nessuno poteva competere con la sua amministrazione, non la madre, non i figli. Lui sapeva cosa prendere e cosa dare. C’era poco da discutere. Se il nido è un diritto per le madri e addirittura per i figli, allora non è possibile pensare a un modo diverso di spendere i soldi, per esempio riformulando alcuni spazi perché accolgano pratiche di incontro senza che i bambini siano costretti a stare con altri bambini tutti della stessa identica età (scriverò presto un post su Orlando e i suoi amici più “grandi”). Per esempio destinando alle donne con figli un sussidio di maternità. Se il nido e la scuola sono un diritto, allora non si possono scegliere le competenze e le persone di riferimento per la formazione di un figlio, perché le graduatorie, le zone di competenza, il caso, la fortuna, la sfortuna, l’amministrazione locale, quella centrale, decidono per te. Non si possono scegliere le cose da osservare, approfondire, attraversare, perché i programmi ministeriali decidono per te. Un bambino non può scegliere i suoi amici né esprimere delle preferenze, perché la scuola è un fatto che non si discute, è la realtà, o comunque il suo specchio, e se è una brutta scuola vuol dire che il mondo è brutto e sottrarsi equivarrebbe a mettersi sotto una campana di vetro.

Ho come l’impressione che lo Stato abbia inventato un diritto, costruendoci intorno un sistema farraginoso, mastodontico, ingestibile, un diritto che è una brutta scorciatoia per eludere la questione: partecipare e scegliere, conoscere ognuno come può.

radio free school

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a proposito di unschooling

http://radiofreeschool.blogspot.it/

non fidarti mai dei bambini

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Le giornate a volte si chiudono in coincidenze che sembrano astrali. Ieri è stato il giorno della fiducia. Nel pomeriggio l’insegnante di propedeutica musicale di Orlando mi raccontava di aver assistito alla scena di una madre tedesca che aveva lasciato i suoi due figli piccoli seduti nel dehors di un bar mentre lei comprava i gelati, senza girarsi mai a controllare. “È una questione di fiducia, nei figli ma non solo”.

Più tardi un’amica mi raccontava di essersi persa il figlio per pochi minuti di panico: scesa dalla macchina, aveva perso di vista il bambino di tre anni per liberare dal seggiolone quello di uno: si era girata e lui non c’era più. Lo ha ritrovato poco dopo nell’androne del palazzo. “Se posso darti un consiglio” diceva “non fidarti mai di un bambino: appena può, ti frega”.

Io tendo a fidarmi. Non sono tranquilla come la mamma tedesca, ma mi fido. Eppure vorrei capire da cosa nasce quel segmento di sfiducia che mi farebbe girare almeno una volta se lasciassi mio figlio seduto nel dehors di una gelateria.

Come può venirti in mente che tuo figlio vuole “fregarti”? Perché dovrebbe volerlo? Quale patto tra te e lui si è rotto per arrivare a una simile percezione delle cose? Credi davvero che tuo figlio sia il tuo nemico?

È un patto antico, ancestrale, vitale quello che lega una madre al figlio. Una madre e un figlio sono l’universo, l’origine, il cerchio che si chiude, si riapre e si richiude all’infinito. Una madre e un figlio sono un viaggio senza nemici.

Chi ha rotto quel patto quando il bambino è diventato il nemico? È successo qualcosa. Un’interferenza. Un corto circuito. Un’intrusione. Un bambino non è un intruso. O forse lo è. Si intromette in un falso equilibrio e lo sfalda. Punta il dito sulla falla di quell’equilibrio e lo riconsegna al mittente. Nel mio viaggio con lui, Orlando punta il dito sulle mie false costruzioni, sulle mie strategie di nascondimento, sulle mie sovrastrutture, sulle sovrabbondanze, sulle resistenze, sulle cose di cui sarebbe meglio fare a meno. Non lo fa per fregarmi. Lo fa per sopravvivere, per tornare al nostro patto antico, per riportarmi lì, in ascolto di ciò che tanto, tanto tempo fa ho dimenticato. Conoscere Orlando è la cosa più sincera che mi sia capitata nella vita.

Kramer contro Kramer in dosi omeopatiche

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Kramer contro Kramer racconta una storia eccessiva, di una madre che delega il padre in modo totale e per un tempo tendenzialmente infinito a occuparsi del figlio. Una scelta che io non farei, perché ho bisogno di prendermi cura di Orlando, al di là della stanchezza e del desiderio di sentirmi ogni tanto sollevata dalla cura del mio bambino. Ho bisogno di gestire le forme di allontanamento, di modularle sul mio istinto, sulle mie forze e su ciò che conosco di Orlando. Molto più di chiunque altro. Un giorno, probabilmente, non sarà più così. Un giorno qualcuno saprà meglio e più di me. Un giorno lui saprà meglio e più di me. Un giorno lui prenderà la sua strada e io me ne starò in un angolo a osservarlo e tutto quello che farò sarà sostenerlo, con discrezione, secondo quanto e come lui vorrà. Un giorno mio figlio conoscerà la sua strada così bene da ricavarsela da solo, o in compagnia di coloro con cui sceglierà di condividerla, dentro questo bosco un po’ illuminato e un po’ oscuro che è la vita. Per ora, lo so, io e Orlando siamo ancora una cosa sola. Ha bisogno di me. Perché io sono il suo sonno, il suo cibo, il suo gioco, il suo mondo, il suo tramite, il suo corpo. Per ora io sono il confine ancora incerto di sé. Se sarò brava, disegneremo insieme in modo sempre più netto questo confine. È un percorso che ha bisogno di tempo, di passaggi, di fasi di sviluppo, di esperienze, di relazioni, di assoluti e assoluti relativi.

La scelta di Meryl Streep in Kramer contro Kramer, nonostante sia estrema, contiene però una verità. Non sul padre ma sulla madre. La possibilità di delegare della cura del figlio cose che “naturalmente” le appartengono. Di liberarsene. Di testare cosa le sopravvive. Di verificare cosa succede quando lei non c’è.

Questa mattina, dopo una notte insonne passata a tentare di addormentarlo, me ne sono andata per qualche ora, a passeggio per la città col mio cane. Ne avevo bisogno io, ne aveva bisogno lui, e probabilmente anche Ozu.

Difficile per una madre imparare a delegare. Lo sto capendo ora sulla mia pelle. Difficile affidare a qualcun altro per un tempo anche relativo ciò che “naturalmente” le spetta. Certo è strano che a ogni madre spettino cose tanto diverse, sembrerebbe che qualcosa o qualcuno sia intervenuto a stabilire arbitrariamente le regole. Comunque sia, anche la madre che meno si occupa del figlio ha mansioni che non è legittimo delegare.

C’è qualcosa di perverso nel modo in cui le cose si sono messe per noi, noi madri in relazione ai nostri figli. Non ci è dato decidere. Su qualsiasi cosa decide qualcun altro. Quando allattarlo. Quanto allattarlo. Quando separarci nella fase del puerperio. Quanto quando e come consegnarne le cure a un nido o una baby sitter o un parente. Quando svezzarlo. Quando introdurre i primi cibi. Quando introdurre i secondi cibi. Quanto tenerlo in braccio. Quanto quando e come farlo dormire. La lista è infinita. Basta pensare a tutto ciò che ogni giorno più o meno velatamente ci sentiamo dire: non lo devi allattare dopo un anno di vita, altrimenti poi non si stacca più, non lo devi allattare dopo due anni di vita, tra una poppata e l’altra devono passare almeno tre ore, ne devono passare due, ne devono passare due e mezza, non devi farlo dormire con te, non devi tenerlo troppo in braccio, a sei mesi devi iniziare a farlo mangiare, a un anno devi mandarlo al nido, a tre anni devi mandarlo alla materna, a due anni devi iniziare a lasciarlo anche la notte…

E se non devi pensare di sapere tutto e di poter fare tutto, alcune cose devi farle tu, qualunque sia la tua forza, qualunque sia il tuo istinto, anche se non credi sia giusto, se non credi di volerlo o poterlo fare. Insomma, a conti fatti una madre sembra avere tanti doveri e poco riguardo dagli altri: una madre, si sa, è sempre relativa, è suggestionabile, suggestionata, depressa, in balia degli ormoni (come se gli ormoni, anziché dare indicazioni sacrosante, forviassero rispetto al percorso più opportuno).

Allora qualche volta, secondo me, non è male in questo caos della maternità, liberarci dei doveri, prendere le distanze da ciò che il mondo si aspetta da noi, recuperare qualcosa di ciò che di noi può sopravvivere al caos, consegnare a qualcun altro il grande pacco delle cose da fare e poi riprenderci ciò che vogliamo e che riteniamo giusto. Nel rispetto del bambino e di noi stesse. Il modello Kramer conto Kramer preso in dosi omeopatiche.

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