fino a quando hai intenzione di allattarlo?

l'ultimo imperatore bertolucci

L’altra sera cercavo online l’intervista a una scrittrice che ha allattato la figlia per sette anni, così mi sono imbattuta in alcune discussioni sull’allattamento “prolungato”, cioè oltre i due anni raccomandati dall’OMS.

Interessante davvero il ribaltamento del luogo comune: lo svezzamento definitivo dovrebbe avvenire fra trenta mesi e i sette anni di vita del bambino. Svezzarlo prima è prematuro. In certe culture si va addirittura oltre. Questa posizione è avvalorata dall’osservazione dell’allattamento in alcune società non occidentali e tra i primati, in particolare gli scimpanzé.

Se finora non ho avuto il bisogno di confrontarmi sulle mie scelte di madre – non so nemmeno se siano state scelte perché tutto è accaduto come mi sentivo, e come Orlando mi indicava, senza pensarci troppo su – adesso qualcosa sta cambiando.

Allattare dopo i due anni (mio figlio ha 25 mesi, non molti ma comunque uno di troppo) diventa una scelta, quasi un atto di disobbedienza alle aspettative altrui. Sempre più frequentemente mi sento fare la domanda: “ancora lo allatti?” con un tono di stupore, “fino a quando intendi allattarlo?”

Così il dubbio viene anche a me. Soprattutto quando sono stanca, quando Orlando ha più bisogno e mi sveglia spesso di notte per ciucciare. Se fossi più brava e resistente alle pressioni esterne, non mi porrei la domanda. Ma sono fatta così, con tutti i miei limiti. Allora il confronto che non avevo finora cercato diventa importante. Mi conforta leggere di donne che allattano a lungo. Mi conforta che qualcuno dica che non c’è niente di strano anzi, che strano è non farlo.

Non lo so. Questa è la mia risposta. Non so fino a quando lo allatterò. E credo che non lo sappia nemmeno Orlando.

Sono contenta di aver incrociato questi forum, di aver trovato conforto alla mia scelta. Una cosa però mi ha disturbata. Ogni discussione rivela piccoli, avvelenati fronti di guerra tra chi è a favore e chi è contrario, chi dice che allattare a lungo faccia male ai bambini e chi invece sostiene che l’allattamento prolungato alzi il loro QI. Un clima a dir poco aspro, una contrapposizione inutile, forse controproducente, una gara a chi è più brava e a chi ha il figlio migliore.

Io dalla mia relazione con Orlando ho tratto una conclusione: l’allattamento per quello che siamo noi, esseri a nostro modo diversi e più complessi di uno scimpanzé, è questione davvero privata. Una donna allatta finché vuole e finché può, fino al punto in cui lei e il suo bambino arrivano. E ogni esperienza è diversa dall’altra. Forse la stessa madre può allattare per tempi molto differenti i suoi figli. Tutto dipende. È un equilibrio bello, potente ma anche fragile, che va in ogni caso rispettato. Trovo brutto e arbitrario dire a una donna che il suo bambino sarà anormale perché è stato allattato troppo, e mi sembra eccessivo rispondere affermando che il figlio che non è stato allattato abbastanza avrà un QI più basso di un altro.

Molto semplicemente credo che ogni madre insieme al suo bambino costituisca un ecosistema straordinario che sa come sopravvivere in questo mondo così poco ospitale, qualunque sia il tempo dell’allattamento. Si tratta di strategie di sopravvivenza e ognuna sopravvive come può, nel suo mondo più o meno ostile che la sostiene o la mette sotto pressione.

Non si può gridare alla violenza solo di fronte agli stupri o ai femminicidi. Come dire: se vieni violentata o massacrata di botte fino a morire allora va bene, se no per favore non ti lamentare. Perché prima delle botte c’è il giudizio, c’è il tentativo di portare l’altro sulle proprie posizioni, ritenute superiori, c’è l’idea che la natura della donna abbia in sé qualcosa di sbagliato e vada per questo aggiustata su modelli non femminili. La donna allatta. E allora che lo faccia solo un po’, che si tenga per favore a metà tra il farlo e il non farlo.

Io e Orlando per ora procediamo.

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The Big Bambù. Risalire il nido

big bambù roma macro

Tutti i weekend andiamo a fare la spesa alla città dell’altra economia. Un modo per comprare bio a chilometri zero e a prezzi contenuti. Oggi finalmente, conclusa l’operazione approvvigionamento, abbiamo fatto una cosa che da mesi ci ripromettevamo: siamo saliti sul Big Bambù, la grande installazione dei due artisti statunitensi Mike e Doug Starn che si trova al Macro di Testaccio, cioè alle spalle della CAE.

Una capanna alta 25 metri e percorribile fino in cima. L’entrata è gratuita e i bambini piccoli possono salire fino al primo livello, dove ci si può fermare e sedere su dei grandi cuscini a guardare la città dall’alto attraverso le maglie del bambù. Un’esperienza di arte, gioco e cose ancestrali. Bella da vedere. Sembra il nido di un grande uccello preistorico finito su un pezzo di Roma dalla notte dei tempi. Affascinante da risalire. Se ci si va con dei bambini piccoli, meglio essere almeno due adulti in modo da fare i turni per arrivare fino all’ultimo livello.

Non c’è la comunità? L’homeschooling non si fa

folla

L’altra sera il padre di mio figlio mi chiedeva: “l’homeschooling, praticamente, come funziona?” Difficile spiegare come funziona qualcosa che non c’è. Non c’è la scuola.

“Che senso ha l’homeschooling se non c’è una comunità?” Poneva infine questo dubbio sacrosanto. Sacrosanto perché universale. Togliere di mezzo la scuola apre il sipario a una realtà che cerchiamo in tutti i modi di non vedere: la comunità non c’è. Esistono dei surrogati virtuali nei quali riponiamo ogni speranza di salvezza, come la rete. Surrogati di sistema, come la scuola, che però per la loro natura sovrastrutturale e coatta non sono dinamici né vitali. Esistono poi tanti luoghi di incontro – vedi il proliferare di corsi di teatro, musica, ballo, scrittura, lettura, ceramica – ma per lo più a pagamento e comunque finalizzati a un obiettivo molto circoscritto. Di fatto la comunità non c’è.

Non mandare i figli a scuola crea un vuoto oggettivo. Tanto più che una madre rischia di restare sola a gestire tutto, dal tempo allo spazio alla parola al silenzio. Il padre può essere d’aiuto nel caso in cui la pratica dell’homeschooling sia condivisa, ma non basta, e comunque il carico maggiore finisce inevitabilmente su un solo genitore, che quasi sempre corrisponde alla madre.

Detto fatto. Non c’è la comunità. L’homeschooling non si può fare.

Ma io sono convinta del fatto che le strutture massificanti e “obbligatorie” come la scuola siano complici di questa mancanza, o meglio, di questa sparizione. Perché un tempo la comunità c’era e non bisogna risalire alla notte dei tempi per ricordarsene: emerge dai racconti di mio padre, ne sopravvivono dei tratti nella memoria della mia infanzia, e poi ancora nelle mie esperienze di ragazza che fa politica, ce ne sono delle sacche qua e là, sparse come riserve indiane nella società in cui viviamo, tracce, residui di una vocazione che non ne vuole sapere di abbandonare la Terra per emigrare su altri pianeti.

Io mio figlio a scuola non voglio mandarcelo perché a pelle la scuola non mi piace, perché istintivamente penso che faccia male, perché mi ricorda i regimi e le grandiose architetture figlie di sogni che stanno per tramontare. Insomma è una tentazione più emotiva che logica. Ma c’è anche un’altra cosa: mandarlo a scuola significherebbe oscurare il fatto che non c’è alcuna comunità a sostenermi, quindi non c’è alcuna comunità tout cort, e questo sistema mondo sta fallendo perché io e mio figlio spesso siamo soli perché non andiamo a scuola.

E fin qui abbiamo individuato ciò che in questo mondo non va. Poi però esistono cose che vanno bene e che fanno piacere. Per esempio quelle sacche, riserve indiane di umanità che sopravvive dentro la materia della nostra vita. Tentativi faticosissimi ma necessari di riconoscersi al di là delle sovrastrutture, oltre le sovrastrutture, addirittura contro le sovrastrutture. Io ne vedo sempre di più, nonostante il disastro. Sono ottimista? Forse.

A volte mi sembra che per cambiare il mondo ci voglia ancora solo un passo. In quale direzione? La domanda è d’obbligo. Per esempio si può tentare di rovesciare certa retorica che ci schiaccia tutti su risposte scontate. Non più: non c’è la comunità quindi l’homeschooling non si fa. Ma: si fa homeschooling quindi si fa la comunità.

Non posso dire “mi sento sola” che c’è subito qualcuno pronto a rispondermi: “lo devi mandare a scuola”. No, mi sento sola perché di fatto lo sono. Risolverò il problema, ma non mandando mio figlio a scuola. Almeno non per ora.

Eccì. Dalla comunicazione all’autogestione

bimbo-sul-vasino

A dieci mesi dal nostro primo tentativo di elimination comunication, pratica grazie alla quale non abbiamo più usato il pannolino a parte quello notturno, ieri Orlando si è seduto sul vasino – in genere preferisce la tazza col riduttore – ha fatto tutti i suoi bisogni, si è alzato, si è tirato su i pantaloni e ha svuotato il vasino nella tazza.

Probabilmente sta passando dalla comunicazione all’autogestione. Questo mi fa pensare che la simbiosi, l’ascolto reciproco e il contatto fisico continuo anziché produrre dipendenza, come spesso mi è stato rimproverato, portino gradualmente il bambino a un livello di autonomia piuttosto alta.

L’ombra di Orlando. Il puzzle dell’identità

altalena

L’altra sera tornavamo a casa in macchina. Una piccola utilitaria scampata per miracolo alle finanze in rosso di casa, con un portabagagli che porta a malapena una ventiquattrore. Il seggiolino del bambino sta accanto al guidatore – nonostante già un anno fa avrebbe dovuto essere spostato sui sedili posteriori – perché dietro ci viaggia Ozu, il mio cane.

Mentre guidavo verso casa, Orlando ha visto riflessa la sua ombra, me l’ha indicata e ha pronunciato il suo nome con tono interrogativo. Ho risposto “sì, sei tu. È la tua ombra”. Lui si è messo a ridere e ha iniziato a fare un gioco: ha indicato di nuovo la sua ombra e ha detto “mamma”; ha indicato la sua gamba e ha detto “Ozu”; ha giocato ancora un po’, infine ha detto “io”.

Sembra che l’identità per lui sia come un puzzle, una forma d’arte combinatoria dove sperimentare possibili immagini di sé e della realtà. Non è un caso se proprio ora inizia ad amare i puzzle, con i quali passa le ore a incastrare pezzi di cose cui tenta di dare una forma. Orlando si prepara a costruire il mondo dal suo punto di vista. Ogni cosa in questo momento lo aiuta a organizzare questo “tavolo di lavoro”: la madre, il padre, le persone care, quelle che gli vivono accanto, il nostro cane, gli oggetti che vede, che tocca, le storie che sente, le lingue che ascolta, le facce che vede. Tutti ingredienti che sono già qui, a disposizione. Ma lui ne farà un’altra cosa.

Un giorno agirà, farà mille cose, darà vita alla sua forma di mondo. Ma credo che mai più sarà libero come è ora. Mi sembra quasi che adesso, insieme, stiamo determinando tutta la sua esistenza. E mi sembra così difficile non sbagliare in questa fase estrema della sua vita.

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