Il bar delle grandi speranze di JR Moehringer. Ovvero come diventare grandi

il_bar_delle_grandi_speranze_jr_moehringer Leggere romanzi americani mi fa respirare. Come se niente fosse scontato e il mondo ancora tutto da fare. In confronto gli attuali Europei sono vecchi, un po’ scontati, decisamente sottotono. Appartenenti a cordate, famiglie, salotti che ne garantiscono lo status, danno l’impressione di essere sempre stati seduti. Insomma sono noiosi, caratteristica non proprio adatta a fare un grande autore. Dopo aver letto Open di Agassi, non potevo perdermi il libro firmato dall’autore che ha aiutato il tennista a scrivere la sua autobiografia: JR Moehringer. Il bar delle grandi speranze. Ovvero il racconto della sua vita. Particolarmente felice la collaborazione tra un uomo che ha subito un padre padrone e un altro la cui figura paterna è stata ridotta a una voce: JR Moehrinnger è stato cresciuto dalla madre, lontano dal padre alcolista e speaker radiofonico. Alcuni passaggi del romanzo parlano del mio rapporto con Orlando, anche se lui un padre ce l’ha. Perché in fondo ogni madre è sola con il figlio, anche se non lo è. E ogni figlio è solo con la madre, anche se non lo è. Non è soltanto questione di tempo, di ore trascorse insieme, che comunque contano nel bilancio delle cose che accadono. Il rapporto madre figlio è forse l’esperienza più grande che si possa fare dell’altro da sé. Almeno per me è così. E se finora l’ho percepita sulla mia persona, le pagine di JR Moehringer hanno ribaltato il mio punto di vista e ho ascoltato quella stessa esperienza raccontata da un figlio. Perché ogni maschio nasce dall’altro da sé per antonomasia, la femmina. E come può un maschio, sotto la grande ombra dell’amore materno, ricavarsi la strada che lo porterà alla separazione e alla costruzione della propria, differente identità? Perché in questo luogo originario, stranamente, non è lei ma lui a fare la differenza, e per una volta nel sistema “l’uno e l’altro” l’altro è il maschio. Ma ogni madre rischia di essere ingombrante per il figlio. Lungo tutto il libro JR è alla ricerca di un padre, alla radio come tra gli uomini del bar. E se il padre biologico è una chimera, un mondo impossibile e incorporeo che materializzandosi si rivela orrendo, quello del bar è un padre corale, un po’ sbilenco, notturno e alcolico, un modello positivo che a un certo punto però va superato, pena il fallimento di sé. Un bel romanzo di formazione, dove resta sempre sottesa la figura della madre, anche quando non viene nominata. Una donna che aiuta il figlio a separarsi, tagliandosi progressivamente via da lui pezzetti di sé fino a lasciarlo libero. Verrebbe da dire che dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna dotata di immenso coraggio. Un romanzo da leggere, soprattutto se si è madri di un figlio maschio e unico.

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Orlando e le carte inventa favole

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Orlando per il suo secondo compleanno ha ricevuto alcuni regali molto belli. Tra questi c’è il mazzo di carte inventa favole. Ognuna rappresenta un personaggio da estrarre casualmente e da combinare con le altre carte che di volta in volta escono, attraverso le quali la fiaba si va componendo. Bellissimo metodo che ricorda alcune sperimentazioni letterarie del recente passato, che potrebbero secondo me diventare un ottimo spunto per gli home/unschoolers, ma non solo.

Intanto anche Orlando, che in genere non ha grande pazienza e non ama stare fermo ad ascoltare storie, rimane incantato di fronte a questa prima esperienza di letteratura combinatoria.

Le carte possono essere realizzate artigianalmente in casa propria, come nel caso della blogger maestra Valentina.

Si può scegliere inoltre di mettere tanti oggetti in una scatola e tirarne fuori uno alla volta, raccontando la favola che si costruisce attraverso le cose che vengono pescate.

l’orto in casa

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Non ci sono più le mezze stagioni. Due anni fa abbiamo provato a fare l’orto in casa, con risultati un po’ avvilenti. La natura però resiste anche alle nostre incompetenze e quest’anno, in questi ultimi giorni d’inverno, dal vaso abbandonato dell’orto in casa, senza che noi intervenissimo, è rinato il pomodoro e ha dato due frutti, piccoli ma visibili, rossi e maturi. Orlando con entusiasmo li ha scoperti e ha voluto mangiarli.

Direi che vale la pena riprovarci e approfittare della primavera in arrivo per piantare qualche nuovo ortaggio. Mio figlio, che è nato in città e in città vive, tra strade trafficate e giardinetti assediati da grandi palazzi, potrà sapere da dove vengono le cose che finiscono nel suo piatto.

disimparare a parlare

Orinatoio Mutt di Marcel Duchamp

Orinatoio Mutt di Marcel Duchamp

Mio figlio inizia a dire le sue prime parole e riesce a metterne alcune in fila. Sono mesi che lo scrivo. Pensavo che il passaggio da questi primi tentativi di linguaggio all’italiano fluente sarebbe stato più veloce. Mi sbagliavo. E così mi godo ancora le sue lallazioni. È chiaro però che a questo punto ha proprio voglia di parlare e di farsi capire. Per esempio, quando non si accontenta di pronunciare qualche sillaba aspettando la nostra reazione, fa finta di telefonare a Lola, amica immaginaria che parla la sua lingua e con la quale fa lunghi discorsi. Quando invece la sua esigenza è di essere capito con precisione ma questo non accade, tende ad alzare la voce, un po’ per evitare di non essere sentito, un po’ forse per scaricare la frustrazione.

La sua frustrazione spinge me a fare grandi sforzi di comprensione, assolutamente non paragonabili a quelli fatti prima di avere un figlio, e incoraggia lui ad articolare in modo sempre più preciso il suo linguaggio.

Se all’inizio le sue parole mi sembravano un primo passo verso la nostra separazione, ora le cose mi appaiono più complesse. È certo che il suo istinto a parlare nasce anche dal fatto che io non posso corrispondere pienamente alla soddisfazione dei suoi bisogni, ma è vero pure che se da una parte il linguaggio ci separa, dall’altra ci unisce. Se io mi irrigidissi e lo lasciassi ai suoi monologhi, se mi chiudessi nella fortezza della mia lingua costruita ed esperta, lui dovrebbe fare da solo ogni sforzo. Sarebbe per lui una fatica mostruosa e crudele, per noi una lacerazione difficilmente ricucibile, per me la perdita di un’occasione d’oro.

Ho la possibilità in questo momento di disimparare, di tornare al grado zero della parola, di riacquisirla, di ringiovanire di cento anni, di reinventare il mio mondo, di rinominarlo, di dargli una nuova luce, di demolirlo per ricostruirlo, di trasformarlo al punto che un bambino di due anni lo trovi vivibile e divertente, posso superare la noia, gli automatismi e gli ingranaggi arrugginiti. E posso incontrare mio figlio in un posto ignoto, che non è più il mio ma non è ancora il suo.

Non è facile, per niente. Non è come ascoltare l’istinto dei primissimi tempi, ma non è ancora la condivisione del codice che arriverà quando lui avrà imparato a parlare. È una terra di mezzo, di confine, un luogo in cui le cose non hanno ancora preso forma. È una rivoluzione.

Potrebbe essere un esercizio utile a molti: cogliere l’opportunità che le cose appena nate offrono, uscire dalle proprie forme, dal recinto delle parole già dette, dalle vecchie interpretazioni del mondo. Se ne potrebbe addirittura ricavare una vita migliore.

Pelle d’asino

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peau_d’ane_catherine_deneuve

La nostra casa accoglie un numero di libri per bambini non indifferente. La collezione viene dall’eredità di parenti e amici che hanno figli più grandi di Orlando. Così, soprattutto quando piove e uscire di casa diventa faticoso, ci mettiamo a pescare in libreria in cerca di nuove storie. Di tanti volumi tra cui scorrazzare, ce ne è uno che merita di essere menzionato, per la sua bellezza, per il valore e per il significato profondo. Una favola che potrebbe stare di diritto nel libro di Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi.

Pelle d’asino, la storia che Perrault trascrisse dalla tradizione popolare francese.

Una giovane donna sfugge alla follia del potere nascondendosi dietro la pelle di un asino, cioè ritrovando la sua natura selvaggia. Una favola sul potere e sulle possibili vie di fuga.

Eccola qui, nella traduzione di Collodi.

C’era una volta un Re così potente, così ben voluto dal suo popolo e così rispettato dai suoi vicini e alleati, che poteva dirsi il più felice di tutti i monarchi della terra.

Fra le sue tante fortune, c’era anche quella di avere scelta per compagna una Principessa, bella quanto virtuosa: e questi avventurati sposi vivevano come due anime in un nocciolo.

Dal loro casto imeneo era nata una figlia, ornata di tutte le grazie e di tutte le attrattive, a segno tale da non far loro desiderare una figliuolanza più numerosa.

Il lusso, l’abbondanza, il buon gusto regnavano nel loro palazzo: i ministri erano saggi e capaci: i cortigiani virtuosi e affezionati: i domestici fidati e laboriosi: le scuderie vaste e piene de’ più bei cavalli del mondo, tutti coperti di magnifiche gualdrappe.

Ma la cosa che faceva maggiormente stupire i forestieri, che venivano a visitare quelle belle scuderie, era che nel bel mezzo di esse e nel luogo più vistoso, un signor Somaro faceva sfoggio delle sue grandi e lunghe orecchie.

Né si può dire che questo fosse un capriccio; se il Re gli aveva assegnato un posto particolare e quasi d’onore, c’era la sua ragione. Perché bisogna sapere che questo raro animale meritava davvero ogni riguardo, a motivo che la natura lo aveva formato in un modo così straordinario e singolare, che tutte le mattine la sua lettiera, invece di essere sporca, era ricoperta a profusione di bellissimi zecchini e napoleoni d’oro, che venivano raccattati, appena egli si svegliava.

Ma siccome le disgrazie sono tegoli che cascano sul capo dei Re come su quello dei sudditi, e non c’è allegrezza senza che ci sia mescolato qualche dispiacere, così accadde che la Regina fu colta all’improvviso da una fiera malattia, per la quale né la scienza né i medici sapevano suggerire rimedio di sorta. La desolazione era al colmo.

Il Re, tenero di cuore e innamoratissimo, a dispetto del proverbio che dice “Il matrimonio è la tomba dell’amore”, si dava alla disperazione e faceva voti ardentissimi a tutte le divinità del regno, e offriva la sua vita per quella di una sposa così adorata: ma gli Dei e le fate erano sordi a ogni preghiera.

Intanto la Regina, sentendo avvicinarsi l’ultim’ora, disse al suo sposo, il quale struggevasi in pianto:

“Prima di morire, non vi abbiate a male se esigo da voi una cosa; ed è, che nel caso vi venisse voglia di rimaritarvi…”.

A queste parole il Re dette in urli da straziare il cuore. Prese le mani di sua moglie e le bagnò di pianto, giurando che era un di più venirgli a parlare di un altro matrimonio.

“No, no, mia cara Regina”, egli gridava, “ditemi piuttosto che io debbo seguirvi!”

“Lo Stato”, ripigliò la Regina con una tranquillità imperturbabile, che accresceva gli spasimi e le torture del Re, “lo Stato ha ragione di pretendere da voi dei successori; e vedendo che io ho dato solamente una figlia, vorrà da voi dei figli che vi somiglino: ma io, con tutte le forze dell’anima e per tutto il bene che mi avete voluto, vi domando di non cedere alle insistenze del vostro popolo, se non quando avrete trovato una Principessa più bella e fatta meglio di me. Giuratemelo, e morirò contenta.”

Alcuni credono che la Regina, la quale non mancava di una certa dose di amor proprio, volesse per forza questo giuramento, perché, persuasa com’era che nel mondo non ci fosse altra donna da starle a fronte per bellezza, veniva così ad assicurarsi che il Re non si sarebbe mai riammogliato.

Finalmente ella morì, né ci fu marito che facesse mai tanto fracasso. Piangeva come una vite tagliata, singhiozzava giorno e notte, e non aveva altro pensiero, che quello di adempiere a tutto il cerimoniale e a tutte le seccature del vedovile.

Ma i grandi dolori non durano.

D’altra parte, i maggiorenti dello Stato si riunirono, e presentatisi in deputazione al Re, si fecero a domandargli che riprendesse moglie.

Questa proposta gli parve dura, e fu cagione di nuovi piagnistei. Messe di mezzo il giuramento fatto alla Regina e sfidò tutti i suoi consiglieri a trovargli una moglie più bella e fatta meglio della sua sposa buon’anima; persuaso che sarebbe stato impossibile.

Ma il Consiglio chiamò ragazzate simili giuramenti, e soggiunse che la bellezza importava fino ad un certo segno, purché la regina fosse virtuosa e buona da far figliuoli: che per la quiete e la tranquillità dello Stato ci volevano dei Principi ereditarii: che, senza ombra di dubbio, l’infanta aveva tutte le doti volute per diventare una gran Regina, ma bisognava darle per isposo un forestiero: e in questo caso, o il forestiero l’avrebbe menata a casa sua, o, regnando con essa, i loro figli non sarebbero stati considerati dello stesso sangue: e finalmente, che non avendo egli nessun figlio maschio che portasse il suo nome, i popoli vicini avrebbero potuto far nascere delle guerre da condurre lo Stato in rovina.

Il Re, toccato da queste considerazioni, dette parola che avrebbe pensato a contentarli. Cercò difatti fra le Principesse da marito quella che sarebbe stata più adatta per lui. Ogni giorno gli portavano a vedere dei bellissimi ritratti: ma non ce n’era neppur una che avesse le grazie della defunta Regina. E così non si decideva mai.

Quand’ecco che per sua gran disgrazia, sebbene fosse stato fin allora un uomo pien di giudizio, tutto a un tratto dette volta al cervello, e cominciò a pigliare la fissazione di credere che l’infanta sua figlia vincesse di gran lunga in grazia e in bellezza la Regina madre, e fece intendere che era deciso a volerla sposare, perché ella sola poteva scioglierlo dalla fatta promessa.

A questa brutale proposizione, la giovane Principessa, un fior di virtù e di pudore, ci corse poco non cadesse in terra svenuta. Si gettò ai piedi del Re suo padre, e lo scongiurò, con tutte le forze dell’anima, a non costringerla a commettere un tal delitto.

Ma il Re, che si era fitto in testa questa strana idea, volle consultare un vecchio druido, per acquietare la coscienza della giovane Principessa. Il druido, che sapeva più d’ambizioso che di santo, non badò a sacrificare l’innocenza e la virtù, per la boria di diventare il confidente di un gran Re, e trovò il modo di insinuarsi con tanto garbo nell’animo di lui, e gli abbellì talmente il delitto che stava per commettere, che lo persuase perfino che lo sposare la propria figlia era un’opera meritoria.

Il Re, messo su dai discorsi dello scellerato, lo abbracciò, e si partì da lui più incaponito che mai nella sua idea, e ordinò all’infanta di prepararsi a ubbidire.

La giovane Principessa straziata da un acerbo dolore, non vide altro scampo che andare a casa della sua comare, la fata Lilla. Per cui partì la sera stessa in un grazioso calessino, tirato da un grosso montone che conosceva tutte le strade, e arrivò felicemente.

La fata, che voleva molto bene all’infanta, le disse che aveva saputo ogni cosa, ma che non se ne desse alcun pensiero, perché non poteva accaderle nulla di male, solo che avesse dato retta fedelmente alle sue prescrizioni.

“Perché, mia cara figlia”, ella disse, “sarebbe un grande sproposito lo sposare vostro padre: e voi, senza contradirlo, potete tirarvene fuori: ditegli, che per contentare un vostro capriccio, bisogna che egli vi regali un vestito color dell’aria. Con tutta la sua potenza non sarà mai capace di tanto.”

La Principessa ringraziò senza fine la comare, e la mattina dopo ripeté al Re, suo padre, quello che la fata le aveva consigliato, dichiarando che senza il vestito color dell’aria, ella non avrebbe mai acconsentito a nulla.

Il Re, tutto contento per la speranza avuta, radunò gli operai più famosi e ordinò loro questa stoffa, sotto pena che, se non ci fossero riusciti, li avrebbe fatti tutti impiccare dal primo all’ultimo. Ma non ebbe il dispiacere di venire a questi estremi. Il giorno dopo gli portarono il vestito tanto desiderato: e il cielo quando è sparso di nuvole d’oro non ha un colore più bello di quello che aveva questa stoffa, quando venne spiegata.

L’infanta ne rimase afflittissima e non sapeva come uscire da quest’impiccio. Il Re pigiava per venire a una conclusione. Bisognò tornare un’altra volta dalla comare, la quale stupita che il suo ripiego non avesse fatto l’effetto, le suggerì di provarsi a chiedere un altro vestito color della luna.

Il Re, che non sapeva ricusarle nulla, mandò fuori in cerca di operai più capaci, e ordinò loro un vestito color della luna, e con tanta premura di averlo subito, che fra l’ordinarlo e il riportarlo bell’e fatto, non ci corsero ventiquattr’ore.

L’infanta, invaghita in quel primo momento più del magnifico vestito che di tutte le attenzioni di suo padre, se ne afflisse poi oltremisura, appena si trovò insieme colle sue donne e colla sua nutrice.

La fata Lilla, che sapeva tutto, venne in aiuto alla sconsolata Principessa, e le disse:

“O io non ne azzecco più una, oppure ho ragione di credere che se ora gli chiedeste un vestito color del sole, si sarebbe trovato il verso di disgustare il Re, vostro padre; perché è impossibile che si possa giungere a fabbricare una simile stoffa. Male male che la vada, guadagneremo sempre del tempo”.

L’infanta se ne persuase, e chiese il vestito. Il Re, tutto amore per lei, diede senza rincrescimento tutti i diamanti e i rubini della sua corona, con ordine di non risparmiare alcuna cosa perché questa stoffa riuscisse compagna al sole: tanto che quando fu messa in mostra, tutti quelli che la videro, furono costretti a chiuder gli occhi per il gran bagliore. Si vuole anzi che incominci da quel tempo l’uso degli occhiali verdi e delle lenti affumicate.

Figuratevi un po’ come rimase l’infanta a quella vista. Cosa più bella e più artisticamente lavorata non s’era veduta mai. Ella restò confusa, e col pretesto che le faceva male agli occhi, si ritirò nella sua camera, dove la fata l’aspettava col rossore della vergogna fino alla punta dei capelli. E lì accadde di peggio; perché la fata, vedendo il vestito color del sole, diventò paonazza dal gran dispetto.

“Oh, questa volta poi, figlia cara”, diss’ella all’infanta, “metteremo l’indegno amore di vostro padre a una prova terribile. Sia pure che egli abbia fissato davvero il chiodo in questo matrimonio, che si figura assai vicino: ma io son sicura che rimarrà molto sbalestrato dalla domanda che vi consiglio di fargli. Si tratta della pelle di quell’asino, al quale egli vuole un gran bene perché provvede con tanta larghezza a tutte le spese della sua Corte. Andate, e ditegli che desiderate quella pelle.”

L’infanta, tutt’allegra di aver trovato un altro scappavia per mandare a monte un matrimonio che detestava, e colla speranza sicura che il padre suo non avrebbe mai acconsentito a sacrificare l’asino del suo cuore, andò da lui e gli disse chiaro e tondo che voleva la pelle di quel bell’animale.

Sebbene il Re rimanesse molto sconcertato per questo capriccio, non esitò a contentarla. Il povero asino fu sacrificato e la sua pelle venne presentata con molta galanteria all’infanta, la quale, non vedendo più alcun mezzo per sottrarsi alla sua disgrazia, stava per perdersi d’animo e darsi alla disperazione; quando ecco che sopraggiunse la fata:

“Che fate voi, figlia mia”, diss’ella vedendo la Principessa che si strappava i capelli e si graffiava il bel viso; “questo è il momento più fortunato della vostra vita. Avvolgetevi in codesta pelle, uscite dal palazzo e camminate finché troverete terra sotto i piedi. Quando si sacrifica tutto alla virtù, gli Dei sanno ricompensare. Andate; sarà mia cura che le vostre robe vi seguano dappertutto; in qualunque luogo, dove vi fermerete, la cassetta de’ vostri vestiti e delle vostre gioie vi sarà venuta dietro sotto terra: eccovi la mia bacchetta: ve la regalo, e battendola in terra tutte le volte che avrete bisogno della vostra cassetta, la cassetta apparirà dinanzi ai vostri occhi. Ma spicciatevi a partire, e non più indugi”.

L’infanta abbracciò mille volte la sua comare, pregandola di non abbandonarla mai; si messe addosso quella brutta pelle, e dopo essersi insudiciato il viso di fuliggine, uscì da quel magnifico palazzo, senza che nessuno la riconoscesse.

La sparizione dell’infanta fece un gran chiasso.

Il Re, che aveva fatto preparare una magnifica festa, era disperato e non sapeva darsene pace. Diè ordine che partissero più di cento giandarmi e più di mille moschettieri in cerca della figlia: ma la fata, che la proteggeva, la rendeva invisibile agli occhi di tutti; e così bisognò farsene una ragione.

L’infanta intanto comminava giorno e notte. Essa andò lontano, e poi più lontano, e sempre più lontano, e cercava dappertutto un posto da impiegarsi; ma sebbene per carità le dessero un boccone, nessuno voleva saperne di lei, a cagione di vederla tanto sudicia.

Giunse finalmente a una bella città, dove vicino alla porta c’era una fattoria: e la fattoressa aveva appunto bisogno di una donna da strapazzo per lavare i cenci e per tenere puliti i tacchini e lo stallino dei maiali. Vedendo questa zingara così sudicia, le propose di entrare al suo servizio: e l’infanta accettò di gran cuore, stanca com’era di aver fatto tanto paese.

Fu messa in un canto della cucina, dove sui primi giorni ebbe a patire gli scherzi triviali del basso servidorame, tanto la sua pelle d’asino la rendeva sporca e nauseante.

Alla fine ci fecero l’occhio, e perché ella si mostrava molto precisa nelle faccende che doveva fare, la fattoressa la prese nelle sue buone grazie.

Menava le pecore all’erba, e, alla sua ora, le rimetteva dentro: e guardava anche i tacchini, e lo faceva con tanta intelligenza, che pareva non avesse fatto altro mestiere in vita sua: ogni cosa fioriva e prosperava fra le sue mani.

Un giorno, mentre stava seduta presso una fontana d’acqua limpidissima, dove veniva spesso a piangere la sua misera sorte, le saltò in capo di specchiarvisi dentro, e l’orribile pelle d’asino, che le serviva da cappello e da vestito, la spaventò.

Vergognandosi di trovarsi in quello stato, si lavò ben bene il viso e le mani, che diventarono bianche più dell’avorio, e il suo bel carnato riprese la freschezza di prima.

Il piacere di vedersi così bella le fece entrar la voglia di bagnarsi, e si bagnò: ma dopo, per tornare alla fattoria, le convenne rimettersi addosso la solita pellaccia.

Per buona fortuna l’indomani era giorno di festa; per cui ebbe tutto il comodo di fare apparire la sua cassetta, di accomodarsi e di pettinarsi perbene, di dare la cipria ai suoi bei capelli e di mettersi il suo bel vestito color dell’ aria. La sua camera era così piccina, che non c’entrava nemmeno tutto lo strascico della sottana.

La bella Principessa si mirò e si ammirò da se stessa, e con molto piacere; anzi, con tanto piacere, che decise da quel momento in poi di mettersi nelle feste e per le domeniche, a uno per volta, tutti i suoi bei vestiti, non foss’altro per darsi un po’ di svago. E mantenne puntualmente la presa risoluzione.

Ella intrecciava dei fiori e dei diamanti fra i suoi bei capelli, con un’arte ammirabile: e spesso sospirava, mortificata di non avere per testimoni, se non le sue pecore e i suoi tacchini, che le volevano lo stesso bene, anche a vederla vestita di quella orribile pelle d’asino, che le aveva dato il brutto soprannome, fra la gente di fattoria.

Un giorno di festa, in cui Pelle d’Asino s’era messa il suo vestito color del sole, il figlio del Re, al quale apparteneva la fattoria, ritornando dalla caccia, vi si fermò per prendere un po’ di riposo.

Quel Principe era giovane, bello, fatto a pennello della persona, l’occhio diritto di suo padre, l’amore della Regina sua madre, l’idolo di tutti i suoi popoli. Venne offerta al Principe una merenda campestre, che egli accettò: e dopo si messe a girare per i cortili e per tutti i ripostigli.

E nel girandolare di qua e di là, entrò in un andito scuro, in fondo al quale vide una porta chiusa. La curiosità gli fece metter l’occhio al buco della serratura. Ma immaginatevi come restò, quando vide la Principessa così bella e così riccamente vestita! Al suo aspetto nobile e modesto, la prese per una Dea. La foga della passione, che provò in quell’istante, fu così forte, che avrebbe dicerto sfondata la porta, se non l’avesse trattenuto il rispetto che gl’ispirava quell’angiolo di donna.

Se ne venne via a gran passi per quell’andito oscuro e tetro, ma lo fece per andar subito ad informarsi chi era la persona che stava in quella piccola cameruccia. Gli risposero che era una servaccia, chiamata Pelle d’Asino, a motivo della pelle colla quale si vestiva, e che era tutt’unta e bisunta da fare schifo a guardarla e a parlarci, e che l’avevano presa proprio per compassione per mandarla dietro ai montoni e ai tacchini.

Il Principe, poco soddisfatto di questo schiarimento, s’accorse subito che quella gente ordinaria non ne sapeva di più, e che era fiato buttato via stare a interrogarla. Se ne tornò al palazzo di suo padre, innamorato da non potersi dir quanto, e coll’immagine fissa dinanzi agli occhi, di quella creatura divina che aveva veduto dal buco della serratura. Egli si pentiva di non aver picchiato alla porta: ma fece giuro che un’altra volta non gli sarebbe più accaduto.

Intanto il gran subbuglio del sangue cagionato dall’amore, gli messe addosso nella nottata un febbrone da cavalli, che in poche ore lo ridusse al lumicino.

La Regina sua madre, che non aveva altri figliuoli che quello, si dava alla disperazione, vedendo tornare inutili tutti i rimedi: e invano prometteva ai medici grandi ricompense: essi adoperavano tutta la loro arte, ma non bastava a guarire il Principe.

Alla fine indovinarono che questa gran malattia derivava da qualche passione segreta, e ne avvertirono la Regina; la quale, tutta tenerezza per il suo figlio, venne a scongiurarlo di palesare la cagione del suo male, col dire che quand’anche si fosse trattato di cedergli la corona, il Re suo padre sarebbe sceso dal trono senza rammarico, pur di vederlo contento; e che se egli avesse desiderato in moglie una Principessa, avrebbe fatto qualunque sacrificio perché la potesse avere, anche se fossero stati in guerra col padre di essa e che ci fossero giusti motivi di rancore; ma che per carità lo scongiuravano a non lasciarsi morire perché dalla vita sua dipendeva la loro.

La Regina desolata non poté finire questo discorso commovente senza bagnare il viso del Principe con un diluvio di lacrime.

“Signora”, prese a dire il Principe con un fil di voce, “io non sono un figlio tanto snaturato da desiderare la corona del padre mio: Dio voglia che egli campi ancora cent’anni, e che io possa essere il più fedele e il più rispettoso dei suoi sudditi! In quanto alla Principessa che mi offrite, non ho pensato ancora ad ammogliarmi: ma quando fosse, potete ben credere che, sommesso come sono, farei sempre la vostra volontà, qualunque cosa me ne dovesse costare.”

“Ah! figlio mio”, riprese la Regina, “nessuna cosa ci parrà grave, pur di salvarti la vita: ma, mio caro figlio, salva la vita mia e quella del padre tuo, facendoci conoscere il tuo desiderio, e stai sicuro che sarai contentato.”

“Ebbene, signora”, disse egli, “poiché volete per forza che vi manifesti il mio desiderio, vi obbedirò; tanto più che mi parrebbe un delitto di mettere in pericolo la vita di due esseri, che mi sono carissimi. Ebbene, madre mia, io desidero che Pelle d’Asino mi faccia un piatto dolce: e quando sarà fatto, che mi sia portato qui.”

La Regina, sentendo un nome così bizzarro, domandò chi fosse questa Pelle d’Asino.

“Signora”, rispose uno de’ suoi ufficiali, che per caso l’aveva veduta, “è la bestia più brutta, dopo il lupo: un muso tinto, un sudiciume che abita nella vostra fattoria e che custodisce i tacchini.”

“Questo non vuol dir nulla”, disse la Regina, “forse il mio figlio, tornando da caccia, avrà mangiato della sua pasticceria: sarà un capriccio da malati: ma infine io voglio che Pelle d’Asino (poiché questa Pelle d’ Asino esiste) gli faccia subito un pasticcio.”

Si mandò alla fattoria e fu fatta venire Pelle d’Asino, per ordinarle un pasticcio per il Principe, e perché ci mettesse tutta la sua bravura.

Alcuni scrittori pretendono che proprio in quel punto, in cui il Principe pose l’occhio al buco della serratura, gli occhi di Pelle d’Asino se ne avvidero; e che dopo, affacciatasi alla sua finestrina, e visto questo Principe così giovane, così bello, e così ben formato, ne avesse serbata l’immagine scolpita nel cuore, e che spesso e volentieri questo ricordo le fosse costato qualche grosso sospiro!

Fatto sta che Pelle d’Asino, o l’avesse voluto, o avesse solamente sentito dire un gran bene di lui, era tutta contenta di aver trovata la via per farsi conoscere. Si chiuse nella sua cameretta: gettò in un canto quella pellaccia sudicia, si lavò ben bene il viso e le mani, ravviò i suoi biondi capelli, s’infilò una bella vitina di argento luccicante e una sottana della stessa roba, e si messe a fare il pasticcio tanto desiderato. Prese del fior di farina, delle uova e del burro freschissimo. E mentre lavorava a impastarlo, fosse caso o altro, un anello che aveva in dito le cascò nella pasta e vi rimase dentro. Appena il pasticcio fu cotto, si rimesse addosso la sua orribile Pelle d’ Asino e consegnò il pasticcio all’ufficiale, al quale chiese le nuove del Principe: ma questi non si degnò nemmeno di rispondere, e corse subito dal Principe col pasticcio.

Il Principe glielo prese avidamente dalle mani e lo mangiò con tanta voracità, che i medici, lì presenti, dissero subito che questa fame da lupi non era punto un buon segno.

Difatti ci corse poco che il Principe non rimanesse strozzato dall’anello, che trovò in una fetta del pasticcio: ma gli riuscì di cavarselo di bocca con molta destrezza, e così rallentò un poco anche la furia del mangiare, esaminando il bellissimo smeraldo incastonato in un cerchietto d’oro, il quale era così tanto stretto, che egli giudicò non potesse star bene altro che al ditino più grazioso e più affascinante del mondo.

Baciò mille volte l’anello, lo messe sotto il capezzale, e ogni tantino, quando credeva di non esser visto da nessuno, lo tirava fuori per guardarlo. Non si può dire quanto si tormentasse il cervello per immaginare il modo di arrivare a conoscere colei, alla quale questo anello andasse bene. Non osava sperare che se egli avesse domandato di Pelle d’Asino, di quella cioè che gli aveva fatto il pasticcio da lui richiesto, gliel’avrebbero fatta venire; e non aveva neppure il coraggio di palesare ad anima viva ciò che aveva veduto dal buco della serratura, per paura che lo canzonassero e lo pigliassero per un visionario. Il fatto egli è che tutti questi pensieri lo tormentarono tanto e poi tanto, che gli si riprese una grossa febbre: e i medici, non sapendo più che cosa dire, dichiararono alla Regina che il suo figliuolo era malato di amore. La Regina andò subito dal figlio, insieme col Re, che non sapeva darsi pace.

“Figlio, mio caro figlio”, disse il Re, addoloratissimo, “palesa pure il nome di quella che tu vuoi, ché noi facciamo giuro di dartela, foss’anche la più vile fra tutte le schiave della terra.”

La Regina, abbracciandolo, gli ripeté il giuro del Re. Il Principe, intenerito dai pianti e dalle carezze degli autori de’ suoi giorni:

“Padre mio e madre mia”, disse loro, “io non penso punto a stringere un legame, che possa farvi dispiacere, e la prova, che dico il vero”, soggiunse cavando lo smeraldo di sotto il capezzale, “è questa, che io sposerò la donna a cui quest’anello potrà entrare in dito, chiunque ella sia; né c’è da sospettare che quella che avrà un ditino così grazioso e sottile possa essere una marrana o una contadina”.

Il Re e la Regina presero in mano l’anello, lo esaminarono con molta curiosità, e finirono col dire come diceva il Principe, cioè, che non poteva andar bene, se non a una fanciulla di buona famiglia. Allora il Re, abbracciato il Principe e scongiuratolo di guarire, uscì di camera e fece dare nei tamburi, nei pifferi e nelle trombe per tutta la città e bandire col mezzo dei suoi araldi che non c’era da far altro che venire al palazzo per provarsi un anello, e che quella a cui sarebbe tornato preciso, avrebbe sposato l’erede al trono.

Prima arrivarono le Principesse: poi le Duchesse, le Marchese e le Baronesse; ma ebbero tutte un bell’assottigliarsi le dita: non ce ne fu una che potesse infilarsi l’anello. Convenne scendere alle modistine, le quali, sebbene graziose, avevano i diti troppo grossi. Il Principe che cominciava a star meglio, faceva da se stesso la prova. Si venne finalmente alle cameriere; e anche queste fecero la figura di tutte le altre. Non c’era più nessuna donna che non si fosse provata invano a mettersi l’anello, allorché il Principe volle che venissero le cuoche, le sguattere e le pecoraie: e tutte gli furono menate dinanzi; ma i loro ditoni grossi e tozzi non poterono passare nell’anello, al di là dell’ugna.

“» stata fatta venire quella Pelle d’Asino che, giorni addietro, mi fece un dolce?”, domandò il Principe.

Tutti si messero a ridere e risposero di no, perché era troppo sudicia e da far schifo.

“Cercatela subito”, disse il Re, “non sarà detto mai che io abbia fatta una sola eccezione.”

Ridendo e burlando, corsero in cerca della tacchinaia.

L’infanta, che aveva sentito i tamburi e il bando degli araldi d’arme, s’era già figurata che il suo anello fosse la causa di tutto questo diavoleto; essa amava il Principe, e perché il vero amore è timido e modesto, così stava sempre colla paura che qualche dama non avesse un ditino piccolo come il suo, per cui fu per lei una grande allegrezza quando vennero a cercarla e a battere alla sua porta.

Fin dal momento che ella era venuta a sapere che si cercava un dito, al quale andasse bene il suo anello, una vaga speranza l’aveva consigliata a pettinarsi con più amore del solito e a mettersi il suo bel busto d’argento, con la sottana tutta gale e ricami d’argento e seminata di smeraldi. Appena sentì bussare alla porta e chiamarsi per andare dal Re, lesta come un baleno si rimise la sua pelle d’asino e aprì. Gli uomini di corte, pigliandola in canzonatura, le dissero che il Re la cercava, per farle sposare suo figlio; quindi in mezzo alle più matte risate, la condussero dal Principe: il quale, stupefatto anch’esso dallo strano abbigliamento della fanciulla, non voleva credere che fosse quella medesima che aveva veduto coi propri occhi, così sfolgorante e così bella!

Tristo e confuso di aver preso questo granchio a secco madornale:

“Siete voi”, le domandò, “che abitate in fondo di quel corridoio oscuro, nel terzo cortile della fattoria?”.

“Sissignore!”, rispose.

“Fatemi vedere la vostra mano”, disse egli tremando e con un grosso sospiro.

Indovinate ora voi chi rimase più meravigliato di tutti? Fu il Re e la Regina, furono tutti i ciamberlani e i grandi della Corte, quando videro uscir fuori di sotto a quella pelle nera e bisunta, una manina delicata, bianca e color di rosa, dove l’anello senza molta fatica poté infilarsi nel più bel ditino del mondo; quindi per un leggero movimento fatto dall’infanta, la pelle cadde, ed ella apparve di una bellezza così abbagliante, che il Principe, sebbene ancora molto debole, si gettò ai suoi piedi e l’abbracciò con tanto ardore, che la fece arrossire; ma nessuno quasi se ne accorse, perché il Re e la Regina vennero ad abbracciarla anch’essi con grandissima tenerezza, e le chiesero se fosse contenta di sposare il loro figliuolo.

La Principessa, confusa da tante carezze e dall’amore che le dimostrava questo bel Principe, stava per ringraziare, quand’ecco che il soffitto della sala si aprì, e la fata Lilla, calandosi dentro a un carro intrecciato coi rami e coi fiori del suo nome, raccontò con una grazia infinita tutta l’istoria dell’infanta. Il Re e la Regina lietissimi di sapere che Pelle d’Asino era una gran Principessa, raddoppiarono le attenzioni, ma il Principe si mostrò sempre più sensibile alle virtù della Principessa, e il suo amore si accrebbe per tutte le cose che aveva sentito dire.

La sua impazienza di sposare la Principessa era così forte, che non le lasciò nemmeno il tempo di fare i preparativi convenienti per questo augusto imeneo.

Il Re e la Regina, innamorati della loro nuora, le facevano mille carezze e la tenevano sempre stretta fra le loro braccia. Ella aveva dichiarato che non poteva sposare il Principe senza il consenso del Re suo padre; per cui egli fu il primo ad essere invitato, senza dirgli per altro il nome della sposa: la fata Lilla che, com’è naturale, era quella che regolava ogni cosa, aveva voluto così, per evitare tutte le conseguenze.

Arrivarono Principi e Re da tutti i paesi; chi in portantina, chi in calesse; i più lontani vennero a cavallo sopra elefanti, sopra tigri e sopra aquile; ma il più magnifico e il più potente di tutti fu il padre dell’infanta, il quale, per buona fortuna, aveva dimenticato il suo amore stranissimo e aveva sposato una Regina, vedova e molto bella.

L’infanta andò a incontrarlo; ed egli la riconobbe subito e l’abbracciò con gran tenerezza, prima che ella avesse il tempo di gettarsi ai suoi piedi. Il Re e la Regina gli presentarono il loro figlio, al quale egli fece un sacco di garbatezze. Le nozze furono celebrate con uno scialo da non potersi descrivere. I giovani sposi, poco curanti di tutte queste magnificenze, non vedevano e non pensavano altro che a se stessi.

Il Re, padre del Principe, fece incoronare suo figlio lo stesso giorno, e baciandogli la mano, lo collocò sul trono, malgrado la resistenza opposta da questo buonissimo figliuolo: ma bisognò ubbidire. Le feste di questi illustri sponsali durarono più di tre mesi; ma l’amore dei giovani sposi durerebbe anch’oggi, tanto si volevano bene, se non fossero morti 100 anni dopo.

decrescita, politica e nuovi analfabetismi

economia della felicità di Helena Norberg Hodge

In questo momento di post elezioni, dopo essere stata tutto il giorno con Orlando ed essermi attestata su un livello poco più che primordiale di linguaggio, la sera non ce la faccio proprio a godermi un bel film, così seguo l’inclinazione del padre di mio figlio che non si perderebbe un talk show per niente al mondo. Ieri è stato il turno di Servizio pubblico di Michele Santoro. Tra gli ospiti c’era Mara Carfagna. Mentre l’ascoltavo mi chiedevo se davvero fosse una donna di destra. Il padre di mio figlio rispondeva che mi facevo la domanda sbagliata: Carfagna, come molti del Pdl, non è né di destra né di sinistra, semplicemente sta difendendo il suo spazio. La destra, sempre secondo lui, in Italia ha votato Monti, cioè quasi non esiste.

Evidentemente a volte andare giù duri con i giudizi paga. Mara Carfagna infatti, parlando del Movimento 5 stelle, ha toccato l’argomento decrescita dicendo: Grillo vuole la decrescita, mentre io desidero che il mio paese cresca. Ecco, appunto, il padre di mio figlio forse ha ragione e Carfagna non è né di destra né di sinistra.

In merito alla decrescita, siccome evidentemente molti parlamentari non sanno bene di cosa si tratta, rimando intanto alla voce di wikipedia (enciclopedia che preferisco ai vecchi tomi cartacei). Consiglio inoltre letture che riguardano l’economia della felicità. Sarebbe auspicabile che la classe dirigente italiana si informasse su ciò che nel mondo sta accadendo.

mollyemme

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Oltre al tema della decrescita, che trovo ormai ineludibile, il Movimento 5 stelle ha avuto il merito di portare in Parlamento la vecchia famosa casalinga, che sempre tutti vogliono ma nessuno si prende mai. Che a guardar bene, poi, la casalinga di oggi non è più la donna di un tempo: istruita, spesso molto più del suo compagno, quasi sempre laureata, grande lettrice, dedita per desiderio o necessità ad attività creative, tesoriera di famiglia, responsabile delle spese generali, consumatrice che sceglie per tutti, spesso informata di ciò che acquista, brava organizzatrice e amministratrice, autrice del palinsesto settimanale di tutta la famiglia. I cambiamenti del mondo del lavoro la hanno probabilmente fatta tornare a casa e da lì, luogo di confine tra macrocosmo e microcosmo, tra la storia così come si è verificata e la storia che sarebbe stata se le possibilità scartate si fossero realizzate, tra il mondo com’è e…

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