mollyemme

La_stangata

Come ho già scritto, il padre di mio figlio può avere delle uscite felici. L’altro giorno ha detto “se hai qualcosa e vuoi difenderla, voti pd e stai. Ma se non hai niente, preferisci il casino”. Per casino intendeva il Movimento 5 stelle.

Fastidiosa la campagna di aggressione mediatica al Movimento 5 stelle. Insopportabile l’accusa di qualunquismo. Mi ricorda un po’ i toni autoritari di certa scuola: la sapienza è tutta dalla mia parte e tu sei un somaro. Insomma, siccome sei uno qualunque (non Grillo, ovviamente, che invece è tacciato di populismo, ma i candidati del movimento) allora stai zitto e lascia fare a noi che di politica ne sappiamo bene qualcosa, visto il curriculum.

Nel segreto della mia urna, ho disegnato la prima x su sel, la seconda x su sel, e una volta arrivata alla scheda della camera ho immaginato la scena: un centinaio di persone…

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dolcezze di bambini

caramelle

Ieri abbiamo approfittato della bella giornata di sole e siamo andati al parco, io Orlando e Ozu. Ci siamo fermati un bel po’ alle giostre perché c’erano molti bambini che come noi si stavano godendo l’ultima ora di luce. Nell’ordine, ho visto dare la Coca Cola a una bambina di circa quattro anni, un’altra Coca Cola a un bambino poco più grande e una confezione di patatine fritte della McDonald’s a una bambina di sette otto anni.

Per quanto riguarda la Coca Cola, c’è forse da ricordare che contiene caffeina e che gli aromi non sono dichiarati per intero, quindi non sappiamo cosa ci sia davvero nella bevanda. Al di là di qualsiasi dubbio però, è certo che è piena di zuccheri raffinati, per i cui effetti rimando a questo link. La Coca Cola zero, che contiene zero zuccheri, è però dolcificata con il ciclamato.

Sul fronte McDonald’s, molto interessante il documentario Super size me, consultabile su youtube a partire da qui.

Orlando e la metafora

orlando

Mio figlio ha una madre un po’ distratta che, per esempio, riesce a fare un perfetto eccì, ma poi non si accorge di aver tirato giù al bambino solo i pantaloni e di averlo messo sulla tazza con tutte le mutande.

Ieri sera è voluto rimanere sveglio nonostante avesse sonno, e noi lo abbiamo lasciato fare. Alle dieci non mi rendevo conto che era stanco davvero e non mi decidevo a portarlo a dormire. Così lui ha preso il suo orso di peluche, lo ha messo a letto, si è sistemato sotto le coperte accanto a lui, mi ha chiamato e mi ha detto: orso sonno.

Il linguaggio di mio figlio è appena nato: dice poche parole e tutte si somigliano un po’ (orso si confonde con Ozu, il nostro cane; carta si confonde con casa; bicolo sta sia per ombelico che per pisello; pasta si confonde con puzzle…).

A noi che parliamo da tanti anni, e che a volte lo facciamo senza pensare, sembra tutto molto semplice. Diamo per scontato che la parola esista, e ne diamo per scontati gli effetti.

Credo non sia affatto facile per mio figlio esprimersi in modo altro da come è abituato a fare, con il sonno, il sorriso, il pianto, la lamentela, l’irritabilità e tutta la gamma di rappresentazioni di sé finora messe in gioco. Il passaggio da una forma all’altra non è immediato: percepire e simultaneamente esprimere il bisogno, o verbalizzarlo. È un cambiamento epocale.

Ieri sera Orlando, alle prese con le sue difficoltà di bambino che inizia ora a parlare e che non sa quindi gestire il linguaggio con tutte le sue implicazioni e possibilità, è ricorso alla metafora. Per raccontarmi il suo sonno lo ha trasferito sul peluche e ha rappresentato un orso che vuole andare a dormire.

Orlando sta apprendendo le parole col linguaggio dei poeti. Ai suoi occhi ciò che accade è magico, perché in lui la parola evoca le cose, perché la parola è una cosa e le cose sono fatte della stessa materia di cui sono fatti i nomi. Orlando sta facendo una fatica mostruosa. Ma mai più il suo linguaggio sarà tanto potente.

autocandidatura

orlan-performance-liege

Dopo aver riconosciuto ufficialmente il suo lavoro, nel 1983 il ministero della cultura francese incaricava Orlan di stendere una relazione sulla performance art.

Per chi non la conosce, Orlan non è certo un’artista regolare. Eppure il ministero della cultura, che in Francia esiste, le ha assegnato un riconoscimento e un ruolo. In Italia non solo non diamo alcun riconoscimento agli artisti, figuriamoci poi agli irregolari, ma addirittura affidiamo una struttura come il Maxxi a Giovanna Melandri.

Senza fare qualunquismi, in Italia affidiamo incarichi profumatamente pagati solo ai regolarissimi. Regolari della nomenclatura politico-economica, ovviamente.

Faccio un salto indietro, all’era del berlusconismo, quando Mara Carfagna era al centro di vivacissime polemiche per il percorso che l’aveva portata a sedere nel parlamento italiano, con l’incarico di dirigere il ministero per le pari opportunità. Qualcuno a sinistra la difese ricordando le parole di Lenin: anche una cuoca deve imparare a dirigere lo Stato. Cuoca equivaleva a casalinga, credo.

Non entro nel merito del curriculum di Mara Carfagna. Difficile pensarla cuoca tra quattro mura, ma poco importa. La donna è donna in ognuna delle sue mansioni, che sia casalinga, cuoca, ballerina poco importa.

Mi sta bene che chiunque abbia la possibilità di entrare in politica senza una formazione classica.

Proprio per questo ritengo che una come me, ma potrei non essere io vista la legge dell’intercambiabilità, possa essere di aiuto allo Stato italiano. Una come me, che non sono in carriera, che non ho una formazione politica classica, che non sono regolare, che cucino, che sono madre. Proprio io potrei insegnare qualcosa, così come Orlan ha insegnato qualcosa alle strutture istituzionali del suo paese.

E così mi autocandido per un posto di consulente al ministero delle pari opportunità. Per una cifra tanto ingenua da far sorridere l’establishment italiano.

Mettiamoci subito al lavoro. Innanzitutto si potrebbe studiare la possibilità di 3 anni sabbatici, opzionali, per le donne diventate madri. Ovviamente pagati, qualora la donna in questione non sia ricca e abbia quindi bisogno di un’entrata sicura per scegliere cosa fare della sua vita. Dove trovare i soldi? Rimando per questo a un mio vecchio post.

Contemporaneamente si potrebbe avviare una ricerca per realizzare ambienti lavorativi che non escludano la presenza di bambini, spazi dove la cura infantile e la vita professionale adulta possano intersecarsi e uscire dalle camere stagne in cui si trovano ora. Questo solo per parlare di maternità, argomento importante ma che non esaurisce certo la questione femminile. Da qui potrebbe spalancarsi una finestra su un mondo di possibilità per adeguare tutte le strutture, professionali e non, all’esistenza delle donne.

Solo ipotesi. Luoghi mentali e concreti nei quali riformulare il mondo. Luoghi in cui la cuoca può essere cuoca davvero. Che male c’è?

unschooling

george bernard shaw

What we want to see is the child in pursuit of knowledge, not knowledge in pursuit of the child

George Bernard Shaw

dal corpo alla parola

nureyev

Mio figlio tra un mese compierà 2 anni e da qualche tempo ha iniziato a pronunciare le sue prime parole. Non quell’originario flusso di suoni, babele con la quale ripercorreva il canto del mondo, ma vocaboli veri e propri, o quasi.

A volte mi ritaglio il tempo per guardarlo e ascoltarlo incantata, e mi ritrovo di fronte all’origine delle cose.

Fin qui è bastato affidarsi all’istinto. In questi primi due anni il linguaggio del corpo ci ha protetti, presi per mano e condotti dove dovevamo andare. È stato il paradiso. Ma il paradiso è destinato a essere perduto e con la nascita della sua parola, articolata, riprodotta sul mio esempio, significativa di un preciso oggetto, siamo entrati in una nuova fase. Il corpo non parla più da solo nel suo modo univoco – basta saperlo ascoltare – ma insieme a lui ora la parola comincia a dire la sua. Fase complicata. Ci avviamo verso la separazione, cioè la delimitazione del confine io/tu. Orlando dice mio per intendere io. Bellissimo esempio della percezione di sé: possiedo il mio corpo. Se finora sono stato corpo, sostanza cosmica, inscindibile, innominabile, incontenibile. Se finora sono stato me e te insieme. Se finora il mio bisogno sei stata tu. Se finora sei stata tu la risposta al mio bisogno. Se finora io e te siamo stati un ecosistema perfetto e protetto. Adesso io comincio a essere io e tu puoi tornare a essere te stessa. Ormai so nominare il mio corpo e per questo lo so distinguere dal tuo.

Siamo solo all’inizio di questo percorso e tutto è ancora ambivalente, ma le cose si definiranno. Il suo bisogno di separazione corrisponde col mio bisogno di ritrovare qualcosa di me che sia separato da lui. Tutto avviene come deve. Eppure la parola complica le cose. Da lei nascono le prime incomprensioni, i primi disallineamenti. Lui ha la sua parola e io la mia, e per quanto sia la stessa, non sarà mai la stessa. Lui sta diventando Orlando e io sto tornando a me, per sempre cambiata, ma di nuovo dentro confini che si ridisegnano sulla mia persona.

Orlando sta diventando un altro da me e il paradiso è alle nostre spalle.

Mio figlio mi sta insegnando tante cose. Il nostro viaggio toccherà terre lontane che non so ancora immaginare. Mi sta insegnando pure il bello e il brutto della parola, proprio a me, che ne faccio continuo uso e abuso. La sua parola lo allontana da me eppure lui non può fare a meno di sperimentarla, conquistarla, applicarla. La sua parola è un istinto più forte del paradiso. Ma è più facile per lui che per me. È adesso che le interferenze si fanno più frequenti e fastidiose, non solo quelle esterne, ma anche quelle interiori. Adesso i modelli diventano insidiosi, e non è facile disobbedire. Il suo istinto piano piano non è più puro. Nominarlo è già una mediazione.

Sembrerebbe tutto perso, felicità, serenità, semplicità, e invece è solo l‘inizio di un’avventura, la nostra, che lentamente diventerà la sua. E la mia parola, da questo momento, non sarà più quella di prima.

una famiglia homeschooler nomade

marlene_dumas

homeschooler o worldschooler? quando la scuola diventa il mondo

http://www.soultravelers3.com/2012/03/home-school-kids-travel.html#more

 

se aiuti una donna, aiuti anche un uomo

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Capita che il padre di mio figlio abbia delle uscite felici, a metà tra la verità e il sarcasmo. È un appassionato di finanza, non nel senso che gioca in borsa e vince milioni di euro. Lui legge di finanza, si informa, vede documentari, compra libri, scova notizie che a volte esulano dallo specifico, come il fatto che Gregory Millman, autore del libro Finanza barbara, insieme alla moglie abbia scelto l’homeschooling per i figli.

Il padre di mio figlio rifletteva sul reddito di cittadinanza. Sacrosanto. Difenderebbe tutti quei diritti costituzionali con i quali quotidianamente ci sciacquiamo le mani. Ma i soldi per farlo ci sono? Cominciamo col darlo a qualcuno, dice lui, per esempio alle donne madri che non lavorano. Perché “se aiuti una donna, aiuti anche un uomo”.

È chiaro che le donne madri svolgono una funzione fondamentale. Che società sarebbe se non ci fossero bambini e ragazzi? Se progressivamente e inarrestabilmente la nostra comunità invecchiasse? E fino a quanti anni dovremo lavorare se non potremo lasciare il testimone alle nuove generazioni? Sempre lui che riflette.

Aggiungo io una domanda: se scelgo di tenere con me il bambino e non mandarlo al nido, quanti soldi faccio risparmiare al mio paese? Facendo un giro su internet le cifre variano da sito a sito, comunque alle casse dello Stato un bambino al nido non costa meno di 24.000 euro annui.

In sostanza il fatto di tenere Orlando con me sta facendo risparmiare almeno 24.000 euro di denaro pubblico. L’Italia potrebbe darmene atto, ringraziarmi e inventarsi politiche di sostegno alla maternità che non passino esclusivamente per la costruzione di nuovi asili nido, che comunque non vengono costruiti.

Il discorso sulla spesa pubblica può essere esteso a tutte le scuole dell’obbligo: materne, elementari, medie. L’educazione scolastica di un ragazzo dai 3 ai 15 anni ha un costo di oltre 88.000 euro complessivi, sempre che lo studente sia diligente e non venga mai bocciato, altrimenti le cifre salgono (vedi http://www.gildacuneo.it/2012/01/allo-stato-non-conviene-bocciare/).

Difficile non pensare che un eventuale assegno di maternità vada contro il diritto delle donne al lavoro, che le faccia tornare a casa trascinandole fuori dal mercato delle occupazioni.

Personalmente non credo che la mia esistenza possa risolversi nel rapporto con mio figlio. Ho bisogno e voglia di fare anche altro. D’altronde occuparmi di Orlando in questi primi anni della sua vita non vuol dire necessariamente non fare più niente che non lo riguardi. Organizzarsi non è scontato, certo, ma forse non è impossibile, a patto di erodere una vecchia visione del mondo.

Ore e ore al giorno di scuola, ore e ore al giorno di lavoro. La vita si presenta come una gabbia dalla quale è possibile uscire solo con un tornello che ci costringerà a tornare al più presto tra le sbarre. Sembra di essere finiti in una grande fabbrica che deve produrre a ritmi strazianti una quantità sovrumana di cose. Mi chiedo se non sia ormai tutto un imbroglio, se questa storia non si sia esaurita con il millennio scorso. Abbiamo ancora bisogno di produrre tanto? Ma soprattutto, produciamo ancora così tanto?

Che senso ha oggi massificare il lavoro, la formazione, le cure, le strutture, da quando siamo bambini fino a quando diventiamo vecchi?

Dopo essere entrate quasi in massa nel mondo del lavoro, non è forse arrivato il momento di trasformarlo, liberando noi stesse e i maschi da una concezione concetrazionista del tempo produttivo e di quello improduttivo?

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