un bel caso di unschooling. andré stern

andré_stern

http://www.revue-etudes.com/Societes/Et_je_ne_suis_jamais_alle_a_l_ecole/7495/14845

Annunci

lezioni di economia domestica e visioni del mondo

via col vento

L’altro giorno, mentre lavoravo, il padre di mio figlio in un impeto provocatorio mi ha detto “fai qualcosa invece di stare al computer.” L’ho guardato con aria interrogativa e lui ha proseguito “per esempio spazza per terra.”

Bene, direbbe chiunque, qui finisce l’avventura. Ma il padre di mio figlio è così, un po’ demodé, un po’ come leggere un romanzo tardo romantico o aprire una finestra sui secoli scorsi. Comunque lui non si sogna nemmeno di spazzare se non quando è messo alle strette. Evidentemente non lo ha mai visto fare, o meglio, lo ha visto fare a qualcuno che non ha rappresentato per lui un modello di riferimento, in sostanza quella che colloquialmente, ahimè, viene detta “la donna”.

Qualche ora più tardi io e mio figlio eravamo soli in casa. Il padre era uscito. Siccome non abbiamo una “donna” che viene a fare le pulizie, ce la caviamo da soli. Così ci siamo dedicati a sistemare la casa, che dopo il weekend è particolarmente sottosopra, e io ho imbracciato una scopa. Poco dopo Orlando voleva prenderla e spazzare al posto mio. Talmente lo voleva che nemmeno lo scopettone riusciva a consolarlo. E così si è messo a piangere. Gli ho dato la scopa e ho pensato tra me “mai più piangerai per tenere in mano una scopa”, però sicuramente non ti sembrerà assurdo, ogni tanto, prenderla e ramazzare. Insomma, la morale è sempre quella, l’apprendimento non passa per ciò che si dice ma per ciò che si fa, e che si condivide.

Il piccolo episodio però non si esaurisce qui e la riflessione potrebbe andare altrove, sul terreno della decrescita, di questi tempi tanto battuto.

Ci siamo abituati a stare comodi, a delegare, pagando, le faccende che consideriamo meno gratificanti, come pulire la casa, ma non solo. Ci siamo seduti su livelli di benessere che non prevedono che stia a noi fare i cosiddetti lavori pesanti, per i quali ci sono migliaia di stranieri venuti qui a cercare la sussistenza. Ma adesso che la sussistenza diventa un problema pure per noi, può capitare di dover riprendere in mano una scopa. Io non ci trovo niente di strano, ma d’altronde in casa dei miei, quando io e mia sorella eravamo piccole, non c’erano aiuti domestici esterni.

La “donna” che viene a fare le pulizie fa il paio con tante, tante altre cose che ci sembrano indispensabili ma che agli occhi di una persona che viene da lontano appaiono assolutamente superflue. Lungi da me fare la morale sulle abitudini degli altri, e di conseguenza sulle mie. Lungi da me pensare che la vita è sofferenza, e allora forza, sgobbiamo e soffriamo. Mi chiedo se esista un giusto equilibrio tra il fare e l’essere felici, se prendersi cura di sé in tutti i sensi, anche i  più umili e bistrattati, senza per questo eccedere in maniacali prospettive igieniche, possa esserci d’aiuto, se può esserci d’aiuto abbandonare gli astratti ideali che ci ritraggono in pace solo quando siamo seduti a una scrivania a leggere, scrivere, studiare, ricercare, pensare, elucubrare, sviscerare questioni annose dai titoli sempre più specifici. Insomma, mi chiedo se la felicità si nasconde laddove siamo disabituati ad andare, suggestionati da fascinose depressioni esistenziali. Io intanto a mio figlio insegno a spazzare per terra. Se non altro eviterò che un giorno inviti la sua compagna a farlo al posto suo. Magari, forse, riuscirà pure a non pensare che certe condizioni sono destinate agli altri, di sicuro non a lui.

inizia il mio viaggio nel mondo dell’unschooling

john _lennon_scuolaIn questi giorni navigo alla ricerca di libri sul tema dell’home/unschooling, quasi tutti in lingua inglese. In America l’homeschooling è una pratica diffusa, ed è lì che è stata prodotta la maggior parte della letteratura in merito, a partire dai classici di John Holt, maestro e pioniere purtroppo non tradotto in Italia. Da qualche tempo il movimento si sta sviluppando anche in Europa, soprattutto in Francia, dove hanno operato personalità come Célestin Freinet e Catherine Baker. Austriaco è invece Ivan Illich, autore di Descolarizzare la società. Tedesco il classico Rudolph Steiner e il suo metodo Waldorf. In Italia solo ora inizia a muoversi qualcosa, nonostante gli homeschoolers di tutto il mondo facciano spesso riferimento ai testi di Maria Montessori.

Ecco alcuni link in inglese per farsi un’idea di ciò che accade nel mondo

http://www.fun-books.com/homeschooling.htm dove curiosare e acquistare libri sull’argomento

http://www.sandradodd.com/

Alcuni link in francese

http://www.lesenfantsdabord.org/

http://ecole-vivante.com/homeschooling.html

E alcuni link in italiano

http://www.controscuola.it/

http://associazionemanes.org/progetto-homeschooling-roma/

http://www.lacasanellaprateria.com/

Da qui è possibile partire per esplorazioni più approfondite attraverso i siti consigliati.

Da leggere l’articolo di Delphine Gazzabin, in francese

http://www.cahiers-pedagogiques.com/spip.php?article3837

Questo è l’inizio di un viaggio che spero mi porti lontano.

maschi e femmine. torniamo alle classi separate

paolo_uccello_san_giorgio_e_il_drago

a tutte le mie sorelle e compagne di viaggio

C’era una volta una donna felice.

Un tempo, nelle comunità matriarcali, il padre biologico svolgeva la sua funzione riproduttiva e poi se ne tornava nel suo clan, dove esercitava il ruolo di “padre” con i figli delle sorelle.

Chi mi conosce sa che considero la paternità biologica un’invenzione al limite del pericolo, una formula utile al principio di eredità patrimoniale. Ma fin qui siamo su un terreno sul quale potrei essere considerata ideologica, femminista, anarchica, insomma la solita Monica. Allora mi sposto un po’ e vado nell’angolo dei miei affetti: quasi tutte le donne con cui sono in relazione di amicizia e confidenza sono in crisi, in crisi con i padri dei loro figli. Se potessi essere estrema, chiederei di tornare alle classi separate. Insomma, che gli uomini vadano da una parte e le donne dalla parte opposta. Al mondo esistono evidentemente conflitti insanabili. Prendiamone atto e separiamo le cose che non possono stare insieme. È lontano il tempo in cui gli opposti si attraevano. Una volta diventati genitori, gli opposti sono opposti e basta. I figli in fondo rappresentano la grande opportunità di tornare ai colori primari della vita, prima di qualsiasi mescolamento cromatico. Se potessi essere estrema, direi che la coppia ha senso (sempre che ce l’abbia) finché non ci sono figli; dopo ognuno prenda la sua strada.

La nostra però è la società dei conflitti. Li vogliamo vedere al cinema, nei libri, raccontati nelle storie, nella nostra vita e in quella degli amici, dei nostri padri e delle nostre madri. Quindi dei nostri figli. Senza conflitto non c’è vita. Questa più o meno la sintesi del nostro stare al mondo. Ciò che mi chiedo è se il bambino abbia bisogno o si aspetti questo conflitto. È nella sua natura accoglierlo? La domanda come al solito non trova risposte, o almeno non ne trova di certe e immediate. Conviene quindi dare per scontato che il conflitto c’è, che gli opposti provano disperatamente a condividere lo stesso spazio, e cercare soluzioni senza andare a fare elucubrazioni sull’origine delle cose. Mi rendo conto che è difficile rinunciare al sogno dell’età dell’oro, del paese della cuccagna, dell’eden, del paradiso perduto, ma non credo sia possibile tornare tanto indietro. Tutto da dimostrare, poi, che tanto indietro ci sia quel paradiso dove vorremmo andare a passare almeno gli ultimi anni della nostra vita.

Come fare a mantenere un orizzonte utopico, cioè un obiettivo di felicità, a partire dalla realtà e accettando ciò che inevitabilmente chiameremo compromesso? La sfida è alta, mette quasi paura. È possibile cercare di essere felici con questi uomini scompensati, nevrotici, defraudati di un potere che non accettano di aver perso ma che non sono in grado di recuperare? Ma d’altro canto la domanda potrebbe essere rovesciata su noi stesse: è possibile cercare di essere felici a partire da questo nostro essere scompensate, nevrotiche, defraudate di una sostanza e di una dignità che non riusciamo a riconquistare?

Se fosse narrazione l’eroe/eroina ci proverebbe.

hipseat. la fascia salva tendini

seduta hippychick

seduta hippychick

Quando ha iniziato a gattonare, poi a camminare, Orlando sempre più ha amato muoversi autonomamente. Qualche volta però vuole stare in braccio. Per esempio a casa quando cucino, per vedere cosa accade sopra di lui, oppure per strada quando è stanco di camminare, o quando io ho fretta e non posso aspettarlo. Mio figlio non è un gigante, inoltre quando è in braccio si aggrappa ai miei fianchi, però ormai pesa e i miei tendini ne stavano soffrendo. Poi, in un bel negozio dell’usato per bambini nel quartiere Monteverde di Roma, Alice e Mafalda, ho comprato questa strana fascia sedile della hippychick, dove Orlando si siede quando sta in braccio. Beh, decisamente la consiglio. E’ inoltre facile da rivendere quando non serve più (a detta della titolare del negozio in cui l’ho presa io, va via come il pane)

a lezione da mio figlio

ET_extra_terrestre

Lo so, non sono una mamma easy going. L’altra sera, per la prima volta da quando è nato, sono andata a cena fuori senza mio figlio. La sera è un momento delicato, Orlando ha bisogno di me per addormentarsi, e dopo che si è addormentato ha bisogno di me in caso di risveglio per essere consolato e riaddormentato. Il fatto che a 21 mesi non gli fosse ancora mai capitato di restare a cena senza di me potrebbe sembrare il prologo della biografia di un mammone, di uno che non si emanciperà mai, che probabilmente resterà a casa di mamma fino a 40 anni (e sì che io non sarò più una giovinastra a quel punto). “Se non sei tu a separarlo, lui non lo farà mai.” Addirittura il padre mi consigliava di cercare qualche manuale di tecniche di separazione, in particolare legate all’allattamento. Ma tutto questo lo sapevamo già, era scritto e non mi sorprende. Quello che non sapevo è che mio figlio sa meglio di me che è arrivato il momento di sperimentare piccole separazioni, che col tempo saranno sempre più lunghe.

L’altro giorno sono venuti a trovarci mia sorella e i suoi tre figli. Hanno giocato qui fino alle otto di sera e mentre se ne stavano andando Orlando ha detto “cappe giacca”, intendendo scarpe e giacca, per avvertirci che si sarebbe vestito per uscire e sarebbe andato via con loro. Noi abbiamo fatto resistenza: no, deve mangiare, deve andare a letto, è stanco. Ma loro, d’accordo con lui, se lo sono portato via. Dopo cena siamo andati a riprenderlo e ovviamente stava benissimo.

Quella di Orlando mi sembra una splendida lezione su come certi pregiudizi possono non corrispondere a ciò che nella realtà accade, su come le stigmatizzazioni servono a interferire e a mettere sotto controllo. Mio figlio dovrebbe diventare un mammone perché lo proteggo, lo accudisco, lo allatto, lo tengo in braccio, lo lascio fare.

Penso che ogni comportamento abbia le sue ragioni. Così non mi permetto di biasimare il bambino precocemente (a mio avviso) separato, né di condannare la madre. Io dico semplicemente che potendo stare con lui ho deciso di farlo, a tempo pieno e senza dubbi. È stata una mia scelta e ha la legittimità di tutte le scelte. Perché allora viene così facile giudicare me e il futuro di mio figlio? Io sono la classica mamma italiana appiccicata a un bambino che non troverà la forza di prendere la sua strada perché destinato a essere un mammone per tutta la vita.

Mio figlio, a meno di due anni, mi saluta allegramente e se ne va a cena fuori. Chapeau.

Il cervello diviso in due. Riflessioni sul pensiero di Rita Levi-Montalcini

2001_odissea_nello_spazio

Con un cane e un bambino, le vacanze sono un tempo un po’ obbligato e un po’ straordinario. E mentre un altro anno se ne andava in un insolito clima di sospensione temporale, io ogni tanto mi aggiravo nel web, molto random, senza obiettivi. È come perdersi in una infinita biblioteca dove ogni parola scritta o detta è immediatamente a disposizione, affacciata su una piazza capace di contenere tutti gli uomini e le donne del mondo. Così quando è morta Rita Levi-Montalcini me la sono andata a cercare in giro per la rete e mi sono imbattuta in un articolo postato su un vecchio blog chiamato il mondo di Galatea. Parlava dell’intervista che Fabio Fazio le fece nel 2008. A partire da quel post ho letto alcune sue dichiarazioni. Per esempio la parte primitiva del cervello.

Riporto di seguito le sue parole.

Quello che in molti ignorano è che il nostro cervello è fatto di due cervelli. Un cervello arcaico, limbico, localizzato nell’ippocampo, che non si è praticamente evoluto da tre milioni di anni a oggi. L’altro cervello è quello cognitivo, molto più giovane. È nato con il linguaggio e in 150.000 anni ha vissuto uno sviluppo straordinario, specialmente grazie alla cultura. Si trova nella neo-corteccia… Tutte le grandi tragedie – la Shoah, le guerre, il nazismo, il razzismo – sono dovute alla prevalenza della componente emotiva su quella cognitiva (la Repubblica, 19 febbraio 2009)

Che Shoah, nazismo, razzismo e guerre siano da addebitare all’ippocampo è affermazione piuttosto forte. Che la neocorteccia sia l’unica via di salvezza per gli esseri umani è affermazione altrettanto forte. Secondo questa ipotesi la neocorteccia dovrebbe salvarci da un destino di brutalità e il linguaggio metterci al riparo dai danni di cui l’istinto è capace.

Progresso VS  mito del buon selvaggio.

Da quello che ho fin qui visto, mi sembra di capire che il mondo è diviso in due: quelli che pensano che l’essere umano sia intrinsecamente buono e quelli che pensano il contrario, che sia quindi cattivo. Ci sono poi delle sottocategorie. Gli ottimisti che credono nell’esistenza di una via d’uscita dal male e i pessimisti per i quali la partita è ormai persa e non resta che starsene in un angolo ad aspettare la fine del mondo, che ovviamente sarà provocata da noi.

Parto dalle piccole cose della mia vita. Il mio cane e il mio bambino. Due esseri ad ampio spettro di ippocampo. È quindi lì che si nasconde il segreto di tragedie come la Shoah, in quel piccolo ecosistema dove vivono mio figlio e il mio cane? Sono così malati i nostri istinti da portarci a storture come guerre, eccidi, genocidi, torture, stupri e umiliazioni? E io, col mio tanto parlare salverò il mondo da un così grande male?

Lo so, la mia domanda è provocatoria, ma voglio spingermi fino alle estreme conseguenze dell’ipotesi di Rita Levi-Montalcini. In fondo se si apre uno scenario, è legittimo andarselo a guardare fin nei dettagli più oscuri.

Un giorno dedicherò un’ampia pagina al mio cane, alle nostre passeggiate, ai suoi bagni al mare, al suo istinto a salvare chiunque entri in acqua, al suo aspettarsi da me una pura corrispondenza di amorosi sensi, alla sua senile saggezza emotiva. Per ora mi limito a scrivere di mio figlio.

Se alla sua nascita non mi fossi lasciata andare alla parte primitiva del mio cervello, probabilmente non avrei potuto allattarlo, non avrei sentito l’urgenza di andare verso il suo bisogno, non mi sarei lasciata coinvolgere, non sarei ridiventata piccola come lui, non mi sarei identificata, non avrei saputo percepire i segni del suo spazio vitale, non sarei stata in grado di difenderlo da alcune interferenze, così frequenti quando si tratta di una madre e del suo bambino. Nella mia relazione con Orlando ho appreso, non attraverso il linguaggio ma su una terra dove nessuna parola è stata mai pronunciata, a sopravvivere insieme a lui. Qualcuno sicuramente replicherà che un bambino sopravvive anche se non viene allattato, anche se il suo bisogno viene “educato” fin dal primo giorno, anche se ha genitori un po’ anaffettivi, anche se i genitori non ce li ha per niente. Io risponderò che è vero, che un bambino può sopravvivere lo stesso. Ma che c’entra la Shoah con l’emotività? Di quali “emozioni” parlava Rita Levi-Montalcini?

Cosa saremmo lasciati a noi stessi, fuori dalle maglie strette della nostra civiltà? La domanda torna e ritorna. Di chi è la colpa di tutto ciò che di male accade e ci accade?

A volte un bambino sembra la sintesi estrema e chiarissima della storia dell’umanità, dalle sue origini fino ai giorni nostri, da quando non c’era il linguaggio fino alle prime parole, alla prima rudimentale sintassi, alle complicatissime elaborazioni della neocorteccia, cioè della parte razionale del nostro cervello. Un bambino ci ricorda da dove veniamo e qual è stato il nostro percorso, perché spesso non ce lo ricordiamo. Nel bambino, nel suo mondo percettivo-emotivo-istintivo, non c’è alcun male. Mi verrebbe piuttosto da dire che c’è una profonda innocenza, perché in lui il bisogno è puro. Un bambino, nella sua innocenza, è insieme emotività e bisogno ma anche linguaggio e conoscenza. Un bambino impara a riconoscere le cose, a metterle in relazione, a dare loro un nome. Un bambino, nella sua innocenza, è natura e non è natura allo stesso tempo, forse addirittura dal suo primo momento. E allora dove nasce il male?

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: