genitori democratici. i segreti per insegnare a tuo figlio come deve stare al mondo

 

famiglia feliceStamattina il padre di mio figlio spiegava al bambino in modo dettagliato l’opportunità di non fare qualcosa che evidentemente l’altro si era messo in testa di fare. Il grande era calmo e sistematico nella spiegazione, il piccolo ostinato nel voler raggiungere il suo obiettivo; entrambi impegnati in un braccio di ferro che difficilmente si sarebbe risolto con le ragioni dell’uno o dell’altro. A partire da questo episodio, vorrei mettere in seria discussione uno dei miti della pedagogia degli ultimi decenni: ai bambini bisogna spiegare tutto. In questi 21 mesi di vita con Orlando, ho capito che nei primi anni l’apprendimento avviene al 99% attraverso l’esperienza condivisa, cioè attraverso l’imitazione. Mio figlio riproduce quello che vede fare. Lui impara così. Tutta l’attenzione messa nello spiegare punto per punto il significato di una cosa, di un oggetto, di un’operazione, potrebbe essere vanificata da un gesto che dura pochi secondi. Eppure la moda un po’ liberal del dover tutto spiegare non fa passi indietro, almeno negli ambienti in cui viene applicata la cosiddetta pedagogia bianca. Forse per paura di tornare a metodi autoritari e antiquati, di non essere abbastanza democratici, di essere insomma un po’ fascisti con i propri figli. Intendiamoci, meglio la pedagogia bianca di quella nera che prevede botte, umiliazioni e continue prove di forza del grande sul piccolo, però anche la bianca è una pedagogia e anche lei, come tutte le scienze poco esatte, manifesta evidenti falle di sistema. Il primo problema è proprio la non coerenza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo. Quante volte spieghiamo a nostro figlio che non si dicono le parolacce quando noi ne facciamo un uso a dir poco rilassato? Ma c’è un esempio molto più centrato: quante volte tentiamo di impedire che nostro figlio “faccia quello che vuole”, che ci imponga cioè la sua volontà, quando noi tentiamo in modo manifesto di imporre la nostra volontà su di lui, in un continuo braccio di ferro genitore figlio? Probabilmente gli stiamo offrendo un modello di comportamento. Insomma, parliamo parliamo col rischio di non vedere i meritati risultati.

Nel metodo “spieghiamogli tutto anche se non stanno ascoltando” si nasconde un rischio ancora maggiore dell’inefficacia. A parte il fatto che la relazione viene costruita sulla logorrea, il ché svilisce la bellezza e l’importanza dei silenzi, mi sembra inoltre che ci sia il rischio di rendere il mondo quadrato, di razionalizzare tutto, anche l’irrazionale, l’istintuale, il magma, di voler mettere ogni cosa sotto controllo, di uccidere l’emisfero destro del cervello, deputato all’immaginazione, alle emozioni, all’intuito, ma soprattutto deputato a innovare e rendere elastiche le strutture della nostra esistenza.

Mi sono sempre chiesta perché mi sembrassero estremamente conservatrici certe istanze iperrazionaliste che pure si presentavano come “rivoluzionarie”, o comunque profondamente e sinceramente di sinistra. Ecco, una risposta potrebbe essere questa, questa semplice osservazione dei comportamenti di mio figlio e del nostro modo di relazionarci a lui.

A questo proposito mi capita, quando sono al parco con mio figlio in una di quelle aree giochi che entreranno forse nell’immaginario collettivo dei nostri figli, di osservare gli altri genitori. C’è una precisa tipologia che ricorre in modo costante: il genitore iperattivo, quello che probabilmente ha lavorato fino a dieci minuti prima di arrivare al parco, che agisce su una tabella di marcia dai ritmi sostenutissimi, che sta sempre sul pezzo, che parla in continuazione, che offre al figlio diecimila stimoli cercando di compensare le sue assenze, che dieci minuti di pausa gli sembra di perdere tempo, che il tempo va consumato tutto fino in fondo se no è uno spreco, che si sente sempre in colpa perché potrebbe fare di più, sul lavoro come con i figli, che il figlio deve imparare dieci lingue, frequentare dieci corsi, fare esperienze, conoscere le religioni alternative, le culture alternative, imparare a essere civile, sapere che la propria libertà finisce dove inizia quella dell’altro. Ma dove inizia la libertà dell’altro?

È il genitore neodem, moderno, aperto, sempre un po’ giovane, alla mano, colui che tutto spiega, anche quello che non sa.

Annunci

l’albero di natale secondo noi

Io e Orlando in casa abbiamo cercato una parete libera, ci abbiamo attaccato due fogli di carta verde, abbiamo costruito le decorazioni di pasta di sale, abbiamo colorato con tempere, acquerelli e porporina, abbiamo aggiunto un boa argentato e le lucine.

E’ stato un bel gioco ed è costato poco.

albero di natale cometaalbero di natale dettaglio-2albero di natale dettaglioalbero di natale dettaglio-4albero di natale dettaglio-5albero di natale dettaglio-3

Ingredienti: carta, luci, boa, acqua farina e sale, tempera e acquerelli, pennelli, colla e chiodini

una donna d’altri tempi

enciclopedia-della-donna

A volte il padre di mio figlio dice cose d’altri tempi. È in grado di ricostruire dei quadretti familiari in cui io vengo rappresentata come donna in tutto dipendente dal compagno, a partire dalle finanze fino ad arrivare alla logistica al figlio al cane alle pulizie. Secondo la sua versione dei fatti, io sono donna vecchio stampo, non emancipata. Non solo: ho le mani bucate, cioè non ho senso della responsabilità né della realtà; amo oziare, quindi non essere produttiva.

Checché ne dica lui, mio figlio probabilmente pensa che l’unica in casa a fare qualcosa sia io. Mi vede sempre indaffarata, impegnata, alle prese con qualcosa. È stato con me a riunioni di lavoro, colloqui, appuntamenti pubblici e privati, viene con me a fare la spesa, sta con me quando cucino, quando sono al computer, quando sono al telefono, quando scrivo, quando leggo. Non solo: nelle questioni importanti, è me che cerca; dipende da me per mangiare e per dormire. Ai suoi occhi io sono, io faccio, io garantisco, io ho una vita a 360°. Il padre, sempre ai suoi occhi, quando c’è gioca, coadiuva (apparecchia la tavola e lava i piatti, cioè fa l’aiuto in cucina), dorme, si riposa, lo tiene quando un impegno di lavoro mi impedisce di portamelo dietro. Quando non c’è, non c’è. Un giorno Orlando saprà perché il padre esce e cosa fa quando non è in casa, ma per ora semplicemente non c’è.

Perché il punto di vista del padre di mio figlio non mi preoccupa? A parte voler relativizzare un Leitmotiv ricorrente nelle coppie con figli (se non è il lavoro sono le mani bucate se non sono le mani bucate è il senso pratico se non è il senso pratico è l’ambizione se non è l’ambizione è l’abilità se non è l’abilità è la determinazione). Perché penso che sia un punto di vista pieno di vizi.

Molti dei miei impegni non sono monetizzati e questo li rende difficili da interpretare. In sostanza, faccio cose per le quali non vengo pagata, per le quali non ho tornelli, orari, pausa pranzo, colleghi, contributi versati, contratti a tempo determinato indeterminato cococò e cocoprò. Questo non vuol dire che niente di quello che faccio mi viene pagato, né che non faccio niente. Vuol dire che amo fare cose per le quali non è prevista retribuzione. Per esempio occuparmi di Orlando.

Nella vita mi sono dedicata a molte passioni, spendendoci tempo energie e impegno. Mi sono dedicata anche a cose per le quali non ho avuto passione ma che semplicemente erano utili in quel momento. Adesso voglio dedicarmi a mio figlio ed ecco che arrivano i guai: non sono abbastanza moderna. I miei gusti appartengono al passato.

Mi è capitato di parlare con donne che mi hanno detto: per me il lavoro è tutto, viene prima della famiglia, del tempo libero… Poi ho chiesto che lavoro fosse e la risposta è stata “impiegata da qualche parte”. Per carità, de gustibus. Ma, mi chiedo, se è legittimo provare una tale attrazione per un lavoro da impiegato, perché diventa disdicevole voler passare il tempo con un bambino? Perché non è un lavoro. Ecco, il problema sta qui. Passare del tempo con un bambino non solo non è retribuito (a meno che non si è insegnanti) ma ti lascia pure fuori dai giochi. Quando sei con tuo figlio non puoi dedicarti a te stessa. Ma non è che quando lavori in un ufficio ti dedichi a te stessa. E allora? Non sei riconoscibile socialmente, non stai facendo carriera, non sei sul pezzo della competizione, della corsa al successo, non stai dimostrando quanto sei brava. Questo vale per il tempo speso con i bambini come per il tempo speso in cose “oziose” come scrivere (scrivere per piacere, intendo).

Alla base del pregiudizio del padre di mio figlio c’è il mondo visto attraverso un gigantesco senso del dovere. Non solo, c’è l’adesione (più o meno consapevole) al motto “io valgo”  e tutto ciò che faccio lo deve dimostrare. C’è l’idea che alcune persone valgono di più e altre di meno. C’è che il valore della persona è legato a quanto riesce a guadagnare. C’è che il valore delle cose è legato a quanti soldi ci si riesce a fare. C’è, di conseguenza, che le donne valgono meno degli uomini (lavorano e guadagnano oggettivamente di meno). C’è che l’unico modo per venirne fuori è riuscire a lavorare e guadagnare più di loro. C’è che non c’è via d’uscita da un mondo che va così e non può andare altrimenti. Per tutti questi motivi il giudizio del padre di mio figlio non mi preoccupa e in fondo, forse, spero, non preoccupa nemmeno lui.

falsi miti: le abitudini dei bambini

South-Park-

Ogni volta che entro nella comunità dei bambini e dei loro genitori, soffro. Tranne i rari casi in cui conosco già le persone e quelli in cui avviene il miracolo della pace. Sì, perché dove c’è bambino c’è casino. E così ieri ho assistito a un brutto episodio, dove il figlio di quattro anni mandava senza eufemismi a quel paese la madre e la madre gli dava uno schiaffo in faccia.

Ciò che è accaduto ieri è l’esasperazione di una scena ricorrente: una madre che ossessivamente cerca di mettere il figlio dentro una griglia di regole e un figlio che istericamente esplode.

Quando ho preso Ozu, tutti mi dicevano che i cani sono abitudinari e che bisogna rispettare questa loro indole altrimenti ne risentono. La mia cana purtroppo le abitudini le ha potute solo annusare, visti i traslochi, i cambi di città, di parco, di vita che ha affrontato. L’unico punto fisso per lei sono stata io, che non sono esattamente un punto fisso. Eppure, a suo modo, è equilibrata e serena.

Quando è nato mio figlio, tutti (quasi) mi dicevano che i bambini sono abitudinari, che hanno bisogno di andare a letto a quell’ora, svegliarsi a quell’ora, mangiare quelle cose in quel momento preciso della giornata… che bisogna rispettare questa loro indole altrimenti ne risentono. Mio figlio di abitudini finora ne ha viste poche: non ha orari precisi per mangiare, andare a dormire, uscire. La nostra non è una vita incastrata dentro la routine e lui ne dovrebbe risentire, dovrebbe essere isterico, prendersela con me, interagire in modo aggressivo con gli altri bambini, essere disorientato, scombussolato, privo di punti di riferimento. Invece mio figlio sembra sereno. Quando entriamo in uno spazio pieno di gente è timido e durante i primi minuti assorbe l’esterno come una spugna, osservando, ascoltando, cercando di capire che spazio è e da quali regole è governato. Una volta capito dove si trova, con calma inizia a interagire con le “cose” senza entrare in conflitto con loro. Se proprio qualcosa lo disturba, tende a chiudersi e a volersene andare.

Se due più due fa ancora quattro, in materia di cani e di bambini mi dovrebbero essere capitate due eccezioni, impedendo a qualsivoglia regola di penetrare nella mia esistenza. Mi viene il dubbio che le cose non stiano proprio così.

L’abitudinarietà degli esseri di cui ci prendiamo cura potrebbe essere in realtà la nostra volontà di riconoscere un ordine e di sapere anticipatamente cosa accadrà. Se così fosse, la nostra sarebbe forse un’esigenza legittima ma non andrebbe confusa col bisogno del bambino. Una specie di giustificazione che da una parte “serve a sopravvivere”, dall’altra porta con sé parecchi svantaggi. Per esempio la compressione: quegli episodi isterici dove madre padre figlio manifestano il loro conflitto, il loro disaccordo in merito alle regole.

Ho qualche dubbio che quel figlio, sottoposto al tentativo incessante dei suoi genitori di cucirgli addosso il loro sistema di regole, una volta stremato andrà a letto all’ora stabilita e mangerà quel piatto a quella data ora. Ma se pure fosse, ci sarebbe da chiedersi se il gioco sia valso la candela (stress, nervosismi, liti).

In questo sistema di regole c’è poi un’insidia ben più pericolosa: il pregiudizio. Sapere al suo posto di cosa ha bisogno, cosa si aspetta, cosa desidera, cosa è bene per lui, significa mettere a tacere i suoi istinti, che per logica dovrebbero essere più sani dei nostri, meno inquinati dagli accadimenti della vita. Significa impedire a noi stessi di allinearci col bambino, dando vita a un ecosistema che sembra un miracolo (quel miracolo di quando entriamo in un ambiente pieno di adulti e bambini e non sentiamo gridare, non vediamo scene isteriche, non incontriamo madri sull’orlo di una crisi di nervi né padri che nevroticamente cercano di arginarle). In ultimo significa prendere la palla al balzo per disobbedire, un po’ a noi stessi, un po’ al destino del mondo.

 

dieta vegetariana: la felicità in un boccone

adamo-ed-eva-la-mela-il-frutto-proibito

A mia sorella, che ha ispirato il post, che avrebbe potuto scriverlo,

con le dovute differenze, ma che non ha un suo blog

Hai l’influenza, stai a casa e a tempo perso rifletti. Ecco cosa ho fatto negli ultimi dieci giorni. Ho combattuto contro il raffreddore mio e di Orlando.

Quando combatti per la salute, ti viene da pensare che la vita è ben lontana dall’essere perfetta. Solo nei primi due anni della tua esistenza hai a che fare con l’adattamento, le coliche, la dentizione, i primi malanni… Entri nel mondo scoperto, inerme, esposto a virus e batteri, aspetti anni prima che il tuo sistema immunitario sia efficiente e comunque non lo sarà mai abbastanza, quando puoi considerarlo maturo, è allora che si alza la probabilità di contrarre altro tipo di malattie. Da piccolo sei piccolo, da vecchio sei vecchio, da adolescente sei nell’età ingrata, a quarant’anni hai la crisi dei quaranta, a cinquanta quella dei cinquanta, poi c’è la menopausa, l’andropausa. Il tuo equilibrio psicofisico, se sei stato fortunato e ne hai avuto uno, non dura più di un decennio, periodo nel quale devi concentrarti sugli obiettivi della vita, sulla professione, la formazione, l’affermazione. Per fortuna non ci pensi mai. Poi arriva l’influenza e ti fermi a riflettere.

Intorno a me percepisco infiniti tentativi. Tentativi di sottrarsi al malessere, o al male. Non dico quello dei nostri giorni; parlo di qualcosa di antichissimo, così lontano da perdersi nella notte dei tempi. Quando eravamo felici.

In questi giorni di influenza mi sono messa a cercare le nostre origini e ho scoperto che, probabilmente, all’inizio eravamo frugivori, cioè mangiatori di frutti. Poi c’è stata la glaciazione e non è più stato possibile trovare frutti con tanta facilità, quindi ci siamo adattati e abbiamo introdotto nella nostra dieta alimenti nuovi come la carne. Questo in sintesi e con molte approssimazioni.

È possibile dire che siamo usciti dallo stato di grazia durante quell’era glaciale nella quale abbiamo iniziato a mangiare carne?

Mangiare carne significa essere predatori. L’essere umano prima era pacifico poi non lo è più stato e ha iniziato a uccidere per sopravvivere. Non so se esistono altri animali erbivori o frugivori in origine diventati poi carnivori per necessità. È un adattamento che richiede una malleabilità non comune. Comunque, seppure siffatto animale esistesse, nessuno si sognerebbe di pensare che è uscito dal suo stato di grazia.

Tutto fa pensare che parlando di grazia e di perdita, intendiamo l’innocenza. Un tempo lo eravamo.

E allora si salvi chi può. Ognuno a modo suo cerca di rimediare. Uno dei tentativi di recuperare l’innocenza, seppure un recupero vero e proprio credo sia impossibile, è il vegetarianesimo: starsene il più lontano possibile da una mattanza che ha per giunta assunto forme esasperate, che nessuno si mette a guardare perché ne uscirebbe disgustato, che sembra una perversione più che uno stato di necessità. Un tentativo di depurare il mondo dal nostro veleno per restituirgli l’originaria pace.

Io sinceramente non me la sento di schierarmi con chi individua nel vegetarianesimo una redenzione. Comunque non è una redenzione che mi sento di abbracciare né sono convinta che la natura corrisponda alla grazia. Però questa scelta mette in luce il tema dell’innocenza, che torna e ritorna ed evidentemente rappresenta un nodo centrale della nostra coscienza. Individuare chi sia innocente e chi no non è facile: l’uomo primitivo lo era? Lo è stato finché non ha mangiato carne? Un bravo uomo lo è? Un assassino lo è stato finché non ha ucciso? Al di là della legge, intendo.

Se un predatore non viene in pace, esiste il modo per scongiurare la colpa: che predatore è uno che si aggira col carrello della spesa in un supermercato, vestito in giacca e cravatta, senza l’ombra di un’arma, con una dentatura probabilmente decadente e rattoppata e inadatta a mordere carne cruda? Lui semplicemente è un cliente che compra del materiale cucinabile, fatto a pezzi, non identificabile. È uno che “non ne sa niente”. E così, se un tempo la mela del peccato rappresentava la consapevolezza, oggi puoi comprarla sbucciata e tagliata e il tuo peccato diventa non sapere cosa stai mangiando. Ma allora la grazia l’abbiamo persa o no? Siamo mai stati felici? Secondo me è un falso problema. Saremmo felici se fossimo innocenti. Da laica non mi sento di snobbare la questione, perché ne riconosco l’urgenza.

Il vegetarianesimo pone dunque la domanda sul nostro destino in modo più diretto rispetto ad altre ipotesi di uscita dalla “dannazione”. Io per ora ho scelto questa soluzione: consumo ridottissimo di carne acquistata esclusivamente da produttori che tengono liberi gli animali. Non credo però di aver risolto molto, quei produttori devono infatti macellare le loro bestie nei mattatoi autorizzati per poterle mettere in commercio. Inoltre come faccio a spiegare a mio figlio che quel maialino simpaticamente disegnato sul suo libro di favole equivale alla fetta di prosciutto che si sta mangiando?

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: