Miti d’oggi: il baby nuoto

Ai miti d’oggi potremmo aggiungere alcune pagine di aggiornamento degli ultimi sessant’anni, durante i quali abbiamo scoperto di vivere male e abbiamo cercato di mettere delle toppe a questo nostro piccolo sistema esistenziale. Così ci siamo inventati alcuni luoghi fisici o mentali nei quali ritrovare il benessere, e li abbiamo infilati dentro le maglie strette delle nostre città.

Il bambino prima di nascere nuotava nel liquido amniotico. Le ecografie ce ne hanno rivelato le immagini, portando alla luce le sue segrete navigazioni. Non contenti delle immagini, abbiamo deciso di riprodurle all’esterno, ricostruirle, ricalcarle, duplicarle, rivivere insieme ai nostri piccoli la morbidezza di quelle fluttuazioni e diventare un po’ come loro. Feti tutti, noi e loro. Uno scenario di pace. Se non fosse che…

Ci ho pensato, ripensato, e infine l’ho fatto. Ho iscritto mio figlio al baby nuoto. Da anni non entravo in piscina e l’effetto è stato piuttosto sgradevole. Il primo impatto è con il cloro. L’odore, ma soprattutto la consistenza corrosiva delle mucose. Andare sott’acqua in piscina è terribile, almeno nella piscina di un quartiere affollato di Roma, dove la percentuale di disinfettante rispetto all’acqua è davvero troppo elevata. Il secondo problema è la temperatura, troppo bassa se si sta fermi, troppo alta se si nuota, difficilmente percepibile come gradevole. Sicuramente tutti gli altri babies se la sono cavata meglio del mio, sicuramente il mio è particolarmente schizzinoso, però i primi dieci minuti servono in genere a convincere il bambino che sta nel posto giusto e che da lì non se ne andrà prima di mezz’ora, visto che il corso ha un costo. Quando lo spirito di adattamento del bambino ha fatto il miracolo di superare lo scoglio del cloro, quando i volti estranei che lo circondano stanno per diventare, non dico familiari, ma almeno riconoscibili, allora è finito il turno. Il passo successivo sono le docce. Qui la temperatura dell’acqua non è regolabile. Si passa quindi da quella al limite del freddino della piscina a quella caldissima della doccia. Docce comuni, almeno nella nostra piscina di un quartiere affollato di Roma. Nessuna intimità. Mio figlio è timido. Per carità, ci sono tanti bambini che “si buttano”, socievoli, aperti, allegri, che non vedono l’ora di incontrare altri bambini, che si lanciano nelle braccia di chiunque. Il mio no. Lui ha bisogno di intimità, riservatezza, calma. La doccia è uno scoglio che non si supera. Così, tra i pianti, gli do una sciacquata velocissima, lo vesto, lo consegno al padre, che per fortuna sta fuori dagli spogliatoi, e resto finalmente “sola” ad asciugarmi e rivestirmi. Verrebbe voglia di dire: mai più.

Il mito del baby nuoto ricorda un po’ i centri benessere, dove vapori, mani esperte, incensi e musiche al limite del rumore del mare stanno lì a riportarci dentro qualche dimensione lontana, forse perduta; ricorda un po’ gli orti nelle terrazze delle metropoli del nuovo millennio, dove per avere una zucchina, che alla fine sarà troppo piccola per farne qualsiasi cosa, abbiamo già speso parecchi euro di manuali, terra e concimi naturali assolutamente compatibili col fatto che quella zucchina vorremmo pure mangiarcela; ricorda certi tentativi di tenere le galline in casa, con tutto ciò che questo comporta sul piano degli odori e dell’igiene; ricorda la pet therapy, quindi la moda di tenere animali in casa con noi…

Non sono del partito neo-futurista che disdegna tutto questo, tutti questi tentativi di riconquistare uno spazio di salute, direi quasi di salvezza; non sono del partito che dà per persa la felicità o che la identifica con l’efficienza, la produttività, il rendimento; non sono del partito che preferisce i supermercati ai mercati, che va a mangiare da mc donald’s, compra cibo industriale carico di olio di palma, vaccina i figli e ingoia antibiotici. Credo piuttosto che i miti d’oggi stiano cercando di coccolare un bisogno profondo; non credo siano piovuti dal nulla, non credo che al nulla torneranno. Semplicemente mi chiedo se questi spaventosi agglomerati sovraffollati, tendenzialmente grigi, carichi di odori sgradevoli, con tassi di inquinamento altissimi, siano compatibili con quel nostro bisogno profondo.

Difficile rinunciare alle città con ciò che di buono ci offrono, nonostante tutto. Impossibile “tornare alla natura”. E chi può dire poi cosa sia la natura? Mi chiedo però se non sia il caso di ascoltare e assecondare certo immaginario, e trasformare i palliativi in strategie di cambiamento profondo.

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