La prima volta in ludoteca. La fortuna dei principianti

Quando si dice la fortuna dei principianti. Vicino casa abbiamo un piccolo parco giochi, di quelli gestiti dalla provincia di Roma con le giostre in legno e plastica, praticamente tutte uguali in tutta la città. (Chissà se la generazione di mio figlio sarà identificata da questi giardinetti, un po’ come le  merendine per la gente della mia età). Comunque, all’interno dello spazio c’è una ludoteca e ieri abbiamo deciso di entrarci per evitare l’umidità del parco. Era la nostra prima volta, era la giornata dei diritti del bambino e la ludoteca era in festa. Esordio drammatico. Entriamo e sembriamo tre pesci fuor d’acqua. Una delle educatrici si avvicina a Orlando con i modi tipici di chi tenta di conquistare un bambino (entusiasmo, interesse, coinvolgimento) e mentre lui batte in ritirata, il padre lo giustifica: sta sempre a casa, non è abituato… La frase si perde nel nulla e la conversazione con l’educatrice si chiude così. Orlando ovviamente non sta sempre dentro casa, semplicemente non va al nido, ma ormai la notizia è passata e non ha senso fare polemica. Dopo qualche minuto di spaesamento, mio figlio inizia a muoversi incerto nello spazio affollato e approda a una bambina della sua età, forse l’unica. Gli altri sono tutti più grandi, a parte due gemelli piuttosto molesti portati via sul nascere della festa dopo aver spintonato un po’ di bambini tra i quali Orlando. Accanto alla bambina stanno due anziane donne, due nonne, che parlano tra loro.

“Lavora la madre?” “Ringraziando Dio si può permettere di non farlo.” “E sì, io sono dell’idea che se non vogliono, non devono lavorare.”

Raggiunto un certo equilibrio – Orlando gioca con la bambina, io me ne sto in disparte ad ascoltare le due anziane signore e il padre è fuori che fuma – arriva il bello della festa: il gioco dell’oca dei diritti dei bambini. Il match tra le due squadre in cui sono stati divisi i ragazzi procede a botte di leggi e articoli. Sarà un caso, ma la prima norma riguarda la scuola: i bambini hanno diritto all’istruzione. L’educatrice chiarisce il concetto: anche se non avete voglia di andare a scuola, ricordatevi sempre che non è un dovere, ma un diritto. Con una spiegazione tanto chiara, domani sicuramente i bambini coglieranno l’opportunità di un privilegio destinato proprio a loro e usciranno di casa felici e paghi del mondo in cui vivono. Una nuova mossa del gioco dell’oca tira in ballo il diritto all’associazione. Associazione, lo spiega l’educatrice, sta per compagnia: il bambino ha diritto a stare in compagnia di coetanei. Per carità, niente da eccepire, a parte alcuni dettagli tipo: si può parlare di diritto in questo caso? Inoltre: ha senso creare situazioni evidentemente forzate di “classi” di ragazzi tutti assolutamente della stessa età? E il rapporto con i più grandi e i più piccoli? Perché non regolamentare anche quello con delle leggi, dal momento che viene disciplinata l’associazione tra coetanei? Comunque noi ormai siamo quelli che tengono il figlio sempre a casa, quindi avverto l’imbarazzo della situazione. Si procede con qualche altro passo dell’oca, finché il gioco viene interrotto dalla direttrice della ludoteca, che presenta le funzionarie della circoscrizione e lascia loro la parola: “Siamo felici di essere qui, l’assessora avrebbe dovuto essere con noi, ma per motivi di famiglia non è potuta venire. Vi manda i suoi saluti…” I motivi di famiglia dell’assessora ci aiutano a entrare nel clima scolastico, a immergerci e sentirci di nuovo bambini, come certe giustificazioni da portare a scuola dopo un’assenza immotivata. Faccio il conto alla rovescia con le prossime elezioni e capisco all’improvviso che siamo in piena campagna elettorale. Così l’assessora, che è usa non rispondere, non farsi trovare e vivere in modo molto discreto e riservato il suo incarico (lo so perché l’ho cercata più volte per sottoporle un progetto che era al vaglio della provincia di Roma e non ha mai risposto) manda i suoi funzionari in avanscoperta a portare il verbo del suo schieramento. È stato fatto tanto per i bambini. Siamo riusciti a portare avanti iniziative come questa. Ovunque ci siamo impegnati… Il comizio dura poco, un po’ perché le funzionarie stanno facendo il giro delle ludoteche della circoscrizione e non hanno tempo da perdere, un po’ perché i bambini non consentono di andare oltre con la retorica: che si torni ai giochi. Anche se sono giochi educativi, che in modo divertente insegnano, educano, formano e informano i giovanissimi cittadini dei loro diritti e dell’importanza del legame con le istituzioni che li rappresentano.

Vi ricordate quando eravamo piccoli noi e si scendeva per strada a giocare? Vi ricordate quanto ci siamo divertiti? Quanto in modo del tutto spontaneo si creava aggregazione, gioco, ci si relazionava, si discuteva, si scioglievano i conflitti e si faceva pace? Vi ricordate che intanto i genitori e gli adulti tutti erano altrove?

Al confronto le ludoteche sembrano fatte d’ombra. L’ombra di certe libertà delle quali hanno goduto le generazioni fino alla mia. Togliamo spazi e li restituiamo recintati, protetti, costruiti con la retorica del diritto. Togliamo libertà e programmiamo l’ora d’aria.

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Botte: chi le prende e chi le dà

Se fosse un film, nessuno si aspetterebbe di vedere l’eroe fermo a prendere gli schiaffi proprio quando il nemico sferra i suoi attacchi. Ma la realtà, si sa, supera la fantasia.

Un’amica mi raccontava di una bambina, figlia di suoi conoscenti, che al nido veniva spesso picchiata e spintonata da un coetaneo, finché un giorno finalmente ha reagito e lo ha picchiato a sua volta. I genitori, informati dei fatti, hanno festeggiato l’evento portandola a cena fuori. Io non credo che premierei mio figlio per aver reagito alle botte con le botte, ma non mi è impossibile entrare nella testa di chi lo fa. E fin qui siamo su un terreno di partita giocata alla pari, dove il risultato non è scontato e uno qualunque dei contendenti può vincere.

In un caso diverso, un bambino potrebbe invece reagire a un ragazzo più grande e più forte di lui, e alla fine dello scontro ne avrà probabilmente più prese che date. Noi comunque tiferemo per lui e per il suo coraggioso tentativo di difendersi.

O ancora potrebbe reagire a un adulto. E qui la nostra percezione dei fatti sarebbe tutta un’altra musica. L’empatia provata nelle prime due circostanze probabilmente si ridurrebbe fino a scomparire.

In sintesi: nel primo caso proveremmo empatia e soddisfazione perché la bambina vessata ha modificato i rapporti di forza; nel secondo caso proveremmo empatia e preoccupazione perché il bambino ha dimostrato una sua forza, ma questo potrebbe non essere sufficiente a cambiare le cose; nel terzo caso ci troveremmo di fronte a un tabù, l’adulto, colui che rappresenta l’ordine, l’autorità, la ragione. A questo punto non si tratta di essere empatici, preoccupati o soddisfatti, cioè non siamo più sul terreno dei piccoli dettagli, dei semplici umori del gioco, che non cambiano niente se non la posizione delle pedine in campo. Ormai il gioco è finito e si torna a essere seri. Un adulto non si tocca. Perché? No, non si tocca. La risposta ricorda un po’ quelle date ai bambini che insistono di fronte alla negazione di un genitore.

Io però la risposta voglio andarmela a cercare. E come farebbe un ragazzino, ripeto: perché no? Non certo perché non ammettiamo l’uso della forza, e infatti esultiamo quando un bambino reagisce aggressivamente al comportamento aggressivo di un altro bambino. E nemmeno perché siamo preoccupati: la condanna riguarda infatti la moralità della reazione, non la sua opportunità. Allora?

Gira che ti rigira, il problema sta lì. L’adulto non si tocca, il suo sistema non si tocca, anche se è decrepito, anche se è sleale, anche se non è stato concordato, anche se non è accettato da una delle parti in campo. È una questione di stabilità, ordine, calma, decoro, contegno, chiarezza, linearità e semplicità del reale.

Applicare a questo stato delle cose un giudizio morale stride un po’. Che ordine è se non tutti lo vogliono? E in caso di conflitto, a chi bisogna addebitare la violenza? Insomma, c’è una certa confusione, come quando si fa a botte. La soluzione a questo pasticcio è presto trovata: basta litigare, qui nessuno è violento. I violenti sono quelli lì, quei “25 stronzi” che si prenderanno tutte le colpe. Il problema è risolto. Uno scenario un po’ – fintamente -tribale. Comunque alla fine ne usciamo tutti buoni, addirittura tutti fratelli, quelli che stanno al di qua e quelli che stanno al di là della barricata. Come dire: apparteniamo tutti a una stessa specie, tranne i veri potenti che sono i nostri nemici. Non mi è chiara la ragione per cui dovrei “perdonare” e considerare mio fratello uno che fratello mio non è e che ha usato la forza contro di me, mentre devo tirare fuori le unghie contro un altro che decido di non perdonare perché lui no, non è mio fratello. Cos’è che fa la fratellanza? L’appartenenza alla specie no, se no ci staremmo dentro tutti.

Lo scenario degli scontri tra studenti e polizia di questi giorni è piuttosto semplice: una partita in cui si alzano le mani. A me questo sport non piace molto, e lo trovo oltremodo rischioso per la squadra non armata, ma è piuttosto singolare chiedere a una delle due parti di giocare senza muoversi e senza attrezzarsi. Una richiesta che ha poco a che fare con la morale. Io sinceramente in questo scontro tifo per Davide e non per Golia. Ma se proprio voglio essere onesta, devo riconoscere che questo scontro è violento, e a dirla tutta non so se la cosa mi piace.

La nostra è una specie divisa fin dalla nascita: bambino e adulto. Dal punto di vista dell’adulto il bambino è un nemico, o comunque qualcuno da mettere sotto controllo, con le buone o con le cattive. A partire da questo primo strappo, che genera nemici e ci mette dentro una spirale di violenza, rovesciando l’ipotesi che siamo tutti buoni tranne quei 25 stronzi, individuare avversari e fratelli contiene la violenza di una dichiarazione di guerra.

Miti d’oggi: il baby nuoto

Ai miti d’oggi potremmo aggiungere alcune pagine di aggiornamento degli ultimi sessant’anni, durante i quali abbiamo scoperto di vivere male e abbiamo cercato di mettere delle toppe a questo nostro piccolo sistema esistenziale. Così ci siamo inventati alcuni luoghi fisici o mentali nei quali ritrovare il benessere, e li abbiamo infilati dentro le maglie strette delle nostre città.

Il bambino prima di nascere nuotava nel liquido amniotico. Le ecografie ce ne hanno rivelato le immagini, portando alla luce le sue segrete navigazioni. Non contenti delle immagini, abbiamo deciso di riprodurle all’esterno, ricostruirle, ricalcarle, duplicarle, rivivere insieme ai nostri piccoli la morbidezza di quelle fluttuazioni e diventare un po’ come loro. Feti tutti, noi e loro. Uno scenario di pace. Se non fosse che…

Ci ho pensato, ripensato, e infine l’ho fatto. Ho iscritto mio figlio al baby nuoto. Da anni non entravo in piscina e l’effetto è stato piuttosto sgradevole. Il primo impatto è con il cloro. L’odore, ma soprattutto la consistenza corrosiva delle mucose. Andare sott’acqua in piscina è terribile, almeno nella piscina di un quartiere affollato di Roma, dove la percentuale di disinfettante rispetto all’acqua è davvero troppo elevata. Il secondo problema è la temperatura, troppo bassa se si sta fermi, troppo alta se si nuota, difficilmente percepibile come gradevole. Sicuramente tutti gli altri babies se la sono cavata meglio del mio, sicuramente il mio è particolarmente schizzinoso, però i primi dieci minuti servono in genere a convincere il bambino che sta nel posto giusto e che da lì non se ne andrà prima di mezz’ora, visto che il corso ha un costo. Quando lo spirito di adattamento del bambino ha fatto il miracolo di superare lo scoglio del cloro, quando i volti estranei che lo circondano stanno per diventare, non dico familiari, ma almeno riconoscibili, allora è finito il turno. Il passo successivo sono le docce. Qui la temperatura dell’acqua non è regolabile. Si passa quindi da quella al limite del freddino della piscina a quella caldissima della doccia. Docce comuni, almeno nella nostra piscina di un quartiere affollato di Roma. Nessuna intimità. Mio figlio è timido. Per carità, ci sono tanti bambini che “si buttano”, socievoli, aperti, allegri, che non vedono l’ora di incontrare altri bambini, che si lanciano nelle braccia di chiunque. Il mio no. Lui ha bisogno di intimità, riservatezza, calma. La doccia è uno scoglio che non si supera. Così, tra i pianti, gli do una sciacquata velocissima, lo vesto, lo consegno al padre, che per fortuna sta fuori dagli spogliatoi, e resto finalmente “sola” ad asciugarmi e rivestirmi. Verrebbe voglia di dire: mai più.

Il mito del baby nuoto ricorda un po’ i centri benessere, dove vapori, mani esperte, incensi e musiche al limite del rumore del mare stanno lì a riportarci dentro qualche dimensione lontana, forse perduta; ricorda un po’ gli orti nelle terrazze delle metropoli del nuovo millennio, dove per avere una zucchina, che alla fine sarà troppo piccola per farne qualsiasi cosa, abbiamo già speso parecchi euro di manuali, terra e concimi naturali assolutamente compatibili col fatto che quella zucchina vorremmo pure mangiarcela; ricorda certi tentativi di tenere le galline in casa, con tutto ciò che questo comporta sul piano degli odori e dell’igiene; ricorda la pet therapy, quindi la moda di tenere animali in casa con noi…

Non sono del partito neo-futurista che disdegna tutto questo, tutti questi tentativi di riconquistare uno spazio di salute, direi quasi di salvezza; non sono del partito che dà per persa la felicità o che la identifica con l’efficienza, la produttività, il rendimento; non sono del partito che preferisce i supermercati ai mercati, che va a mangiare da mc donald’s, compra cibo industriale carico di olio di palma, vaccina i figli e ingoia antibiotici. Credo piuttosto che i miti d’oggi stiano cercando di coccolare un bisogno profondo; non credo siano piovuti dal nulla, non credo che al nulla torneranno. Semplicemente mi chiedo se questi spaventosi agglomerati sovraffollati, tendenzialmente grigi, carichi di odori sgradevoli, con tassi di inquinamento altissimi, siano compatibili con quel nostro bisogno profondo.

Difficile rinunciare alle città con ciò che di buono ci offrono, nonostante tutto. Impossibile “tornare alla natura”. E chi può dire poi cosa sia la natura? Mi chiedo però se non sia il caso di ascoltare e assecondare certo immaginario, e trasformare i palliativi in strategie di cambiamento profondo.

Dei bambini e della violenza

Pena di morte. Ovvero soffrirai la morte.

Mentre Barack Obama veniva riconfermato alla Casa Bianca, lo Stato della California suggellava la pena di morte attraverso un referendum popolare.

Orlando comincia a sperimentare ora, per la prima volta e sulla sua pelle, alcuni comportamenti infantili aggressivi, per fortuna molto rari. Si tratta per lo più di spintoni, di ciclonici passaggi di bambini che arrivano a travolgere e buttare giù tutto ciò che incontrano. Il padre di mio figlio direbbe forse che un certo modo di menare le mani è innato negli esseri umani. Secondo lui siamo tutti un po’ brutali, o almeno lo sono i maschi. È “naturale” azzuffarsi, combattersi, fare a botte, riunirsi in piccoli gruppi che si fronteggiano l’un l’altro, prendersi in giro, umiliarsi. Chi non passa per questa strada non cresce o cresce rammollito.

Difficile stabilire cosa nell’essere umano sia innato e cosa non lo sia, a parte gli istinti basici che ci permettono di sopravvivere (fondamentalmente riprodursi e nutrirsi). Siamo infatti gli unici esseri viventi al mondo a sviluppare gran parte del cervello dopo la nascita: le nostre capacità intellettive – razionali, intuitive, irrazionali, emotive – si formano nel rapporto con gli altri. Verrebbe quindi da dire che nella nostra natura stanno la socialità, la condivisione e la relazione. Comunque mio figlio non ha mai manifestato un tale istinto alla brutalità e se lo farà in seguito non potrò che pensare che lo ha imparato: se fosse innato non avrebbe bisogno di tanto tempo per uscire allo scoperto, se fosse innato lui non sarebbe attonito quando qualcuno lo spintona.

Ciò che di questa visione del mondo mi sconforta è l’inesorabilità. Se la violenza è il nostro destino, allora la morte può essere una pena adeguata: cos’altro fare quando non c’è niente da fare? Accettare la violenza come dato di natura, e andarsela a cercare anche nel bambino appena nato, condanna chiunque alla colpevolezza. Siamo intrinsecamente corrotti e una volta che il male si è manifestato, non resta che estirparlo. La pena di morte lo fa in modo definitivo. Ma lo fa in modo violento e categorico anche l’ergastolo, che in Italia esiste e che è stato riconfermato dal referendum del 1979, nel quale i partiti di sinistra decisero di non andare a votare.

La pena di morte ci restituisce un’immagine desolante di noi stessi, il senso di una perdizione, l’impossibilità di essere, di praticare in libertà l’esistenza. Il male c’è ed è innato e noi ne siamo schiavi. Non è data alcuna salvezza. Dietro l’immagine un po’ edulcorata e un po’ pasoliniana di giovani corpi che si azzuffano, si aggrovigliano al limite tra la rabbia e la libido, si nasconde un’insidia profonda. Quante volte ho sentito dire: è normale, i bambini fanno così. O addirittura: i bambini sono cattivi. I bambini imparano la cattiveria da noi, che riconfermiamo la pena di morte in California e che nel 1979 non siamo andati a votare.

Laddove il bambino manifesta un disagio, noi lo puniamo; laddove la naturale socialità umana si spezza, noi costruiamo carceri.

Nemesi pediatrica. Che le colpe dei padri ricadano sui figli

Per me che non mando mio figlio al nido, le feste di compleanno possono diventare gustosi bocconi. Insomma un confronto tra donne madri, che la pensino o no come me poco importa. Ieri siamo stati a una festa di compleanno. Il padre della festeggiata ha lanciato il sasso in mezzo alla piccola folla chiedendomi: “allora hai deciso di non mandarlo a scuola?” Ed è nata la discussione. All’inizio tutti hanno difeso l’istituzione, ma in realtà questa scuola non piace a nessuno e lentamente è emersa l’insoddisfazione: lo Stato è assente, i tagli hanno smantellato il buono che c’era, i genitori devono comprare la carta igienica, gli insegnanti sono precari…

E che la scuola piaccia o no, c’è una grossa questione di cui quasi tutti i genitori si lamentano, e rispetto alla quale è difficile capire perché non siano nati movimenti per chiedere il contenimento delle ore di lavoro dei bambini e il diritto al loro tempo libero. Così fu infatti per i lavoratori. I compiti a casa! Questo è il problema. E di questo siamo finiti a parlare, segno che l’argomento scotta. Genitori e figli, che potrebbero aver voglia di dedicarsi a tutte quelle cose che la scuola non sa prevedere, si trovano invece spesso a casa a concludere il lavoro degli insegnanti. E questo è piuttosto particolare: al marito dell’impiegata comunale è forse richiesto di chiudere la pratica della moglie prima di cena?

Il bello di questa discussione però deve ancora venire. Una donna ha raccontato l’interpretazione che il pediatra dei suoi figli ha dato dei compiti a casa: in Africa i bambini vanno a prendere l’acqua e aiutano gli adulti nel loro lavoro. Perché abbia fatto questo esempio non è chiaro, ché il problema in Africa è che spesso l’acqua non c’è e di conseguenza nessuno può andare a prenderla. Comunque, siccome i bambini africani soffrono perché sono costretti ad andare a prendere l’acqua, che i nostri almeno vadano a scuola. L’insigne pediatra deve spiegarci perché un bambino che va a prendere l’acqua è meno felice di uno che l’acqua non sa nemmeno da dove arriva, tanto qualcuno gliela versa dalla bottiglia di plastica nel bicchiere. Ma a parte questo, il dato interessante contenuto nelle parole di quest’uomo è la verità che vi è nascosta: attraverso la scuola si compie l’espiazione di colpe di cui nessun bambino si è mai macchiato. Le responsabilità del terzo mondo, che hanno origine nei crimini dei padri dei padri dei nostri bambini, sono storia lunga e incorreggibile, rispetto alla quale l’unica cosa che si può fare è scagliare la vendetta sulle generazioni a venire. È la nemesi pediatrica. L’infelicità dei bambini riparerà le colpe degli antenati.

All’insigne pediatra, e a tutti coloro che hanno voglia di ascoltare, mando il link di un intervento di una dodicenne all’ONU datato 1992.

mollyemme

L’altro giorno ero in libreria con Orlando. Mentre uscivamo, lui teneva stretti in mano due libricini di Hello Kitty che ho dovuto comprare, altrimenti saremmo tornati a casa tra le lacrime. Costo un euro l’uno. Stampati in Cina. Titoli: W la mia casetta e W la scuola. Insomma, una roba andata in stampa prima di aver superato il vaglio della fantasia. Kitty è una brava bambina, che vive in un mondo ordinato, disciplinato, dove ogni cosa è al suo posto. Ha una mamma, un papà, una sorella, una casa, un orsacchiotto con cui va a letto. Si sveglia alle sette, fa colazione, si lava i denti, prende il pullman, si siede al suo banco, fa un esercizio alla lavagna, torna a casa e va a dormire. Tutto regolare. Kitty fa esattamente ciò che ci si aspetta da lei. È la classica figlia che “ogni genitore vorrebbe avere”. Sa stare…

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