la strana coppia

© Marina Abramovic

Se all’inizio chi ci metteva becco sembrava solo una persona più invadente delle altre, più il tempo passa e più il cerchio del giudizio sulla relazione madre/figlio si stringe. Così diventa sempre più frequente sentirmi rivolgere giudizi più o meno velati sulle mie scelte di madre: “certo che tra un po’ dovrai… prima o poi farai… dovrai farlo, altrimenti lui…” La sentenza è ormai stata emessa: io sto sbagliando. Può darsi che abbia ragione chi lo pensa, ma può darsi pure di no.

Al di là delle ideologie della maternità, ma al di là delle ideologie tutte, perché in fondo in fondo nessuna è simpatica, e dare dell’ideologico a qualcuno difficilmente viene preso per un complimento, mio figlio nascendo mi ha insegnato una cosa che già sapevo, ma più nella teoria che nella pratica, una cosa riscoperta e toccata con mano in quest’ultimo anno e mezzo di vita: tutto è relativo, e soprattutto sono relativa io. Non ho una Ragione per fare ciò che faccio nella mia relazione con mio figlio. L’unica ragione, rigorosamente scritto con la erre minuscola, siamo io e lui e il nostro rapporto – nostro mio suo – con le persone che “ci amano”. Nei primi mesi di vita del bambino vigeva uno strano silenzio, dovuto forse al fatto che la donna nel post partum “è depressa” anche quando non lo è affatto (mi sono sentita dire addirittura che il legame “morboso” che avevo con mio figlio era il sintomo di una depressione), quindi bisogna lasciarla fare e dire, tanto non ci si ragiona.

Superato l’anno di vita del bambino, la società avanza. Parli pure chi ha da parlare. Non siate timidi, prendete coraggio e dite la vostra. Non c’è bisogno di essere in confidenza per esprimere un giudizio. Il giudizio sulla madre non è un diritto ma un dovere sociale. Fatele pressione, fatele sentire che c’è una legge superiore a quella della sua relazione con il figlio. Piccolissima legge la loro, relativa e fragile. Fatela sentire inadeguata, incompleta, mezza scema, pazza, in balia di ormoni non più tollerabili. Lei è l’altra metà del cielo, quella malata, un po’ oscura, irragionevole e ingiustificabile. Ricordateglielo.

Ed è così che a un certo punto arrivano i “consigli”: dai parenti, dai vicini, dagli amici e conoscenti, dalla vecchia signora nell’ascensore, dalla fruttivendola al mercato e da tutti coloro che hanno da dire la loro. Vox populi assai fastidiosa, non quanto però il coro di giudizi/pregiudizi di certi intellettuali che dicono le stesse cose, infarcite della Ragione con la erre maiuscola. L’intellettuale arriva con il dito puntato su tutti i tuoi limiti. Lui/lei di lavoro fa colui che ne sa più degli altri, che forse sa addirittura tutto, ed è per questo che ha il dovere di informare il mondo del tuo comportamento scorretto. È una specie di delatore che viene a fare un po’ di ordine laddove l’ordine è saltato, magari per motivi oscuri come nel caso di una madre e del suo bambino, una strana coppia davvero, bizzarra e capricciosa (aggettivi realmente usati per donne e bambini) di fronte alla quale non si può che mettere tutto sotto controllo e cercare di limitare i danni. L’irregolarità va arginata, se possibile annientata.

Verrebbe da chiedersi perché tanto accanimento contro una relazione intima così piccola, quasi volgare agli occhi di un intellettuale. Un’altra domanda non banale, a mio avviso, riguarda la regola che quella donna e il suo bambino stanno trasgredendo, perché se si parla di irregolarità, una regola da qualche parte c’è e va smascherata.

nasce il blog libere mamme

dopo un anno e mezzo di riflessioni intitolate liberemamme su mollyemme.wordpress.com, ho deciso di aprire un blog dedicato al mio viaggio alla scoperta di orlando e alla libera sopravvivenza dell’ecosistema madre/figlio all’interno della nostra società. sopravvivenza che potrebbe, chissà, disegnare la mappa per uscire dall’incubo contemporaneo.

breastfeeding, cosleeping, babywearing, babycarrying… tutto ciò che ho imparato è che la vita è molto più semplice della teoria. senza pensarci, ho preso mio figlio in braccio, l’ho allattato, l’ho amato, l’ho addormentato, l’ho tenuto con me giorno e notte.

col passare del tempo però diventa difficile seguire l’istinto: più cresce e più mio figlio non è mio, più cresce e più “dovrebbe essere”, più cresce e più appartiene al sociale. ecco, è questo sociale che vorrei compromettere, in viaggio con lui.

il mio blog vuole essere un angolo in cui venire a respirare e dove ricordare che la maternità è una favola ancora tutta da raccontare.

mollyemme

Con ritardo sulle aspettative e con uno slittamento di canale, da Rai 2 a Rai 3, inizia la sesta serie di Desperate Housewives, la fiction televisiva che da qualche anno sbanca sul pubblico raccontando ordinarie e straordinarie storie di casalinghe disperate. Ironica, cinica, disincantata, la serie sembra seguire quell’ondata di umore che da qualche anno produce sia in tv che al cinema impietosi ritratti della società americana (American Beauty,Magnolia, Southpark, Simpson…). Eppure Desperate Housewives sembra non avere lo sguardo chirurgico e crudele di altre opere alle quali, all’interno di questo filone, si accompagna. Il titolo, come pure l’idea, sono stati ispirati da un libro purtroppo non altrettanto famoso, Diario di una casalinga disperatadi Sue Kaufman, autrice newyorkese nata nel 1926 e morta nel ’77. Il romanzo è giustamente diventato un cult del femminismo anglo-americano e la scrittrice è stata considerata sorella maggiore di una generazione di donne che pochi anni…

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mollyemme

La tradizione vuole che i giocattoli siano di consolazione a un bambino straziato dal dolore; questo è vero senza che ci sia però il riconoscimento del dolore

Jean Liedloff

Una fila apparentemente interminabile di contenitori di plastica, uno dopo l’altro uno uguale all’altro. Una volta venuto al mondo, sarai adagiato qui in una sorta di isolamento in sequenza infinitamente riproducibile: la nursery, una serie di neonati in culla all’interno della quale potrai sostare nell’attesa che i tuoi bisogni vengano appagati. E nell’attesa i bisogni diventeranno il Bisogno, fardello di cui difficilmente riuscirai a liberarti nell’arco della tua intera vita. Questo il panorama neonatale descritto nelle pagine del libro Il concetto del continuum. Ritrovare il ben-essere perduto. La sua autrice, l’antropologa Jean Liedloff, moriva la notte in cui nasceva mio figlio, lo scorso 15 marzo. Ho letto questo libro qualche anno fa, quando ancora non sapevo che prima o poi sarei…

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mollyemme

Inutile negarlo. Decrescita non fa rima con maternità. Fare figli e “decrescere” appartengono a due eserciti nemici.
E se finora si è state al di qua, dove la decrescita è una scelta possibile e uno stile di vita, diventare madri comporta l’altissimo rischio di passare dall’altra parte della “barricata”, dove non è più possibile fare a meno delle cose e non si ha il tempo di consumare in modo critico e si cede a prodotti come la coca cola e si accettano riti kitsch come quello del pranzo della domenica da mcdonald…
Per rimanere al di qua, nella parte di mondo in cui stavamo quando eravamo ragazze, si possono prendere alcune strade. Una delle tante prevede le cosiddette bambole Waldorf.
Andiamo intanto a vedere di cosa si tratta, per chi non lo sapesse.
Le bambole Waldorf sono state concepite da Rudolf Steiner, che si è ispirato a una vecchissima pratica:…

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Il primo anno di vita di un bambino è un viaggio sconvolgente. Tutto sembra poter accadere in un arco temporale che più tardi diventerà un semplice, ripetitivo scorrere del tempo cui è difficile dare senso. Prima che il nonsense prenda piede, prima che la storia accada, nasciamo bambini. Diventare madre può voler dire tornare al grado zero della storia, del mondo, dell’essere. Riconoscere il segno originario delle cose. Individuare l’origine dei misfatti. Rannicchiarsi e disimparare. Abbandonare il tempo.

Dalla pediatra. Un giorno qualsiasi della settimana. Un’ora qualsiasi del giorno.
Non mi piace raccontarle il mio puerperio. Ci porto Orlando perché me lo pesi e poco altro. In un momento di distrazione mi lascio sfuggire che dorme con me.
“Dorme con voi?!” il suo tono implica la mia colpa, la sottolinea, la illustra. Sorrido e replico “a lui piace”.
“Certo che gli piace!” Poi mi spiega che non si fa. Il…

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Le riforme non servono più a niente, perché semplicemente riformano un sistema fallimentare (Ken Robinson)

http://www.ted.com/talks/sir_ken_robinson_bring_on_the_revolution.html

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Bastian contrari si nasce, e io modestamente lo nacqui.
Leggevo sul blog lipperatura della mancata educazione sessuale nelle scuole italiane e della proposta che questa “materia” diventi legge, per evitare la confusione che ogni istituto faccia a sé, cioè non faccia. Così almeno credo di aver capito.
Mi viene un dubbio, anzi me ne vengono tanti.
La nascita di Orlando, mio figlio, ha smosso un vecchio pensiero depositato in un angolo del mio cervello, ché tanto non ci facevo molto visto che non potevo praticarlo. Il pensiero si chiama homeschooling. Forse questa è l’occasione buona per tentare di chiarirlo a me stessa.
La scuola mi dà i brividi. E fin qui siamo su un piano del tutto emotivo, poco razionale, poco ragionevole. Quando qualcuno mi chiede se tornerei indietro negli anni, rispondo no, non a quando stavo sui banchi di scuola. Se mi ripenso bambina e poi adolescente seduta per…

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mollyemme

L’altro giorno la pediatra, durante il solito controllo di routine, mi ha rivelato che mio figlio non è un gigante. Chi mi conosce stenta a crederci.

“Forse non ha più latte (si rivolgeva a me). Lei (io) pensa di averlo, ma non c’è più niente. E lui (Orlando) ha fame, anche se non lo dà a vedere.”

Mio figlio quando ha fame lo dà a vedere eccome. A meno che non sia distratto da qualcosa che lo avvince sul serio, la sua fame non ammette attese: tutto il mondo è un solo, grande buco allo stomaco. In quanto a me, qualunque donna che allatti, se non ignora se stessa, sa se il latte c’è o non c’è.

Secondo la mia pediatra io e mio figlio non siamo in grado di comunicarci i bisogni primari, né di partecipare allo scambio vitale che permette all’umana specie di esistere, né di percepirci, in…

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mollyemme

Mio figlio ha iniziato a parlare e parla la sua lingua madre, la lingua della madre terra, della madre di tutte le madri. Parla tutte le lingue del mondo, tutti i suoni di tutte le regioni. Vola sulla superficie della Terra, sul tempo, sulle storie, sulle vite di tutti coloro che hanno già vissuto e me ne rivela le trame. Giapponese inglese armeno francese cinese latino babilonese maya atzeco spagnolo italiano tedesco berbero swahili. La sua voce attraversa ogni luogo e ogni suono. A volte se ne sta solo, come se al mondo non ci fosse nessuno, e parla a lungo. Mio figlio è piccolo ma contiene il mondo intero, lo nomina con la sua lingua ancestrale, archetipa, anteriore a tutte le differenze, ai dolori, alle fratture, alle violenze. Mio figlio viene prima delle violenze e con la sua lingua mi insegna a farne a meno.

Mia sorella mi ha…

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