Tobia. Un millimetro e mezzo di coraggio

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Quando si vive nella paura, si cade a ogni passo. È la paura che ti fa cadere.

Tobia. Un millimetro e mezzo di coraggio

Timothée De Fombelle

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entropia

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È l’inizio della primavera. E io ieri mi sono presa una birra chiamata Entropia. È amara, non proprio il gusto che piace a me, ma è corposa e ha un nome bellissimo. Ne è valsa la pena.

Il secondo principio della termodinamica afferma che l’energia termica (il calore) fluisce sempre da un corpo più caldo a uno meno caldo e mai in direzione contraria.

L’energia, cioè, si ridistribuisce finché il sistema costituito dai due corpi raggiunge un equilibrio completo, entrambi hanno la stessa temperatura e non è più possibile il passaggio di calore dall’uno all’altro. L’entropia può essere definita proprio come la misura del grado di equilibrio raggiunto da un sistema in un dato momento.

A ogni trasformazione del sistema che provoca un trasferimento di energia (ovviamente senza aggiungere altra energia dall’esterno), l’entropia aumenta, perché l’equilibrio può solo crescere. In teoria, si può considerare un “sistema” anche l’intero universo e allora la conclusione è: anche nel cosmo l’energia tende a distribuirsi dai corpi più caldi a quelli meno caldi e l’entropia aumenta. 

Quando tutto l’universo si troverà alla stessa temperatura (gli scienziati ipotizzano a pochi gradi al di sopra dello zero assoluto), l’entropia sarà massima e nessuna trasformazione sarà più possibile. Sarà la cosiddetta morte fredda dell’universo. (Focus)

Potrebbe succedere la stessa cosa in economia – dice il padre di mio figlio – obiettivo 800 euro per uno, nessuno escluso. Fino al punto di estirpare dall’oggetto denaro il valore aggiunto e portarlo alla condizione di unità di misura del fabbisogno umano: il quantitativo di aria, acqua, cibo e cose sufficiente a garantire la sopravvivenza a ciascuno di noi.

In natura, se un corpo possiede più calore di un altro, quel calore va a spostarsi verso un corpo che ne possiede di meno. In natura il movimento è questo: una costante ricerca di equilibrio tra corpi che hanno di più e corpi che hanno di meno.

Il cosmo al Maxxi

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Domenica 25 marzo siamo andati al Maxxi e abbiamo visitato la mostra Gravity. Immaginare l’universo dopo Einstein. Abbiamo scelto questa data perché al termine della mostra era disponibile un laboratorio dove bambini da 6 a 10 anni potevano creare un reticolo spaziotempo con delle costruzioni a incastro. Il 29 aprile il laboratorio sarà riproposto . Uno spazio semplice, fatto quasi di giochi quotidiani, un’occasione per visitare la mostra e tenere in mano un concetto che in astratto sembra inafferrabile.

The Way Things Go è la prima opera che incontriamo sul percorso della mostra. Un video del duo artistico svizzero Peter Fischli e David Weissè datato 1987, dove la concatenazione di eventi si trasforma in un mantra capace di animare il mondo delle cose, di muoverlo e trasformarlo, di incollare i bambini allo schermo. La realtà appare come una filastrocca di eventi che all’infinito rotolano uno sull’altro.

La visita ovunque è segnata dal Cosmic Concert di Tomas Saraceno e il nostro passaggio non è neutro. Attraversando le stanze della mostra, ne modifichiamo i suoni e la percezione che ne abbiamo.

Ci fermiamo davanti a The Horn Perspective di Laurent Grasso. Siamo di fronte a un video che ci porta nel cuore di un bosco, lasciando alle nostre spalle la ricostruzione del radiotelescopio che nel 1964 catturò uno strano suono, scambiato all’inizio per cinguettio di uccelli, poi riconosciuto come reliquia fossile del Big Bang. Un mormorio che da allora non si è mai spento e che costituisce il sottofondo musicale della vita dell’universo.

Il reticolo spaziotempo si trasforma al nostro passaggio e attraverso i nostri movimenti. Curvare lo spaziotempo, installazione interattiva di INFN. Qui ci si può fermare per ore. A tutte le età.

Infine la Nephila Senegalensis di Echoes of the arachnid orchestra di Tomas Saraceno, che costruisce la sua tela. I suoi movimenti sono amplificati da microfoni potentissimi che ce ne restituiscono il suono, mentre le luci catturano l’immagine della polvere cosmica nella quale viviamo.

Non abbiamo capito tutto di onde gravitazionali, buchi neri e suoni fossili, ma ci siamo immersi in un cosmo illuminato diversamente, con pochissima luce (la mostra è in penombra e bisogna abituare gli occhi per scovare le cose e non perdersi). Abbiamo trasformato il reticolo spaziotempo. Abbiamo ascoltato il suono del Big Bang. Abbiamo attraversato una foresta. Abbiamo respirato polvere cosmica accanto a un ragno.

Abbiamo toccato le cose. Ne abbiamo sentito la consistenza. La conoscenza passa anche per la strada dell’esperienza. E l’arte ha il potere di uscire dalla maglie impossibili dell’astrazione per riportare le idee al nucleo vivo e pulsante da cui nascono: la materia e la sua forma. Ha il potere di spegnere le luci abbaglianti e un po’ fredde della scienza e nella penombra dell’universo rintracciare l’immagine di ciò che forse abbiamo visto.

 

due parole su coco

L’essere umano è uno spazio saturo di contraddizioni.

Ieri è stato il compleanno di Orlando. Il suo settimo compleanno. Sono andata a prenderlo a scuola prima dell’uscita e insieme siamo andati al cinema a vedere Coco.

Tralascio l’importanza del film sul tema del rapporto con la morte di cui tutti parlano. Mi permetto solo di fare un appunto dissonante rispetto al coro: l’avventura vissuta dal protagonista, Miguel, ci dimostra che se nel mondo dei vivi non saremo ricordati, nell’aldilà scompariremo. Questo ciò che accade nel film. La vita eterna è legata alla memoria di chi resta. Insomma non riusciamo a liberarci di noi stessi, a liberare gli altri da noi stessi, nemmeno morendo. Non siamo disposti a tagliare il laccio e a metterci da parte. Mai.

Ma la cosa che più mi preme è il Leitmotiv di Coco: niente è più importante della famiglia. Una frase che segna la storia al punto da offuscare il resto. Evidentemente il senso profondo del film. Una vera e propria legge alla quale il protagonista all’inizio disobbedisce per seguire la propria passione, avversata in modo indiscriminato da tutti i parenti. Nel corso dell’avventura però Miguel scopre che proprio nelle sue origini risiede la ragione di quella passione. E alla fine i conti tornano: nessuno se ne ricordava, ma la musica amata dal protagonista stava già nel sangue dei suoi antenati. Per carità. Va bene così. Non trascurerei però con tanta leggerezza il dettaglio che è stata proprio lei, la famiglia, col suo carico di genitori nonni e zii, a spedire il protagonista all’inferno nel momento in cui ha dichiarato la propria passione.

Spostando un po’ il punto di vista, potrebbe rivelarsi interessante la matrilinearità della discendenza di Miguel, se non fosse che il trisavolo maschio non è un semplice assente, ma uno che col proprio abbandono ha determinato un destino che è una vera e propria tagliola per tutti. Se non fosse che la donna da cui tutto discende ha costruito l’esistenza propria, dei propri figli e dei propri nipoti sulla rabbia verso l’uomo che l’ha lasciata sola. Una donna che si porta la stizza pure nell’aldilà e che solo di fronte all’evidente innocenza si decide a perdonare l’amore della sua vita.

Personalmente ho dovuto azzerare i rapporti con i miei familiari, ho dovuto farli uscire dalle maglie strette del sistema famiglia, per poterli conoscere e da quel momento amare come persone. Ho perdonato anche, soprattutto, dove non c’era innocenza. Se no che perdono è?

A proposito di quello strano fenomeno raccontato nel film che è la morte nell’aldilà. Orlando, un bambino che non frequenta alcuna religione, l’altro giorno mi ha detto: il paradiso è il posto dove vengono esauditi tutti i nostri desideri. Perché mica si può morire due volte.

L’universo a Roma. Il planetario dell’ex dogana

Qualche giorno fa. Io, Orlando, un’amica e la figlia dell’amica ci siamo imbarcati in macchina per Roma. Destinazione Planetario. Momentaneamente ospitato all’Ex Dogana di San Lorenzo, dopo essere stato momentaneamente ospitato a Villa Torlonia, in attesa di una ristrutturazione che dovrà rendercelo meraviglioso, visto che è iniziata nella notte dei tempi. Un lavoro lunghissimo di cui speriamo prima o poi di vedere i risultati.

Il bello del planetario dell’Eur (all’interno del Museo della Civiltà Romana) sarà il contesto: il museo astronomico, che forse amplierà l’offerta rendendola adeguata al costo del biglietto. Ma chi non è disposto a spendere 12 euro per andare sulla Luna? E allora tiriamo fuori questi due soldi, parcheggiamo la macchina e andiamo al nuovo planetario temporaneo di Roma.

San Lorenzo è stata la mia casa durante gli anni dell’università. E da allora non è cambiata poi molto, a parte qualche dettaglio politico che non ritrovo. Per il resto le persone sembrano le stesse, gli abiti, i ritmi, gli angoli, gli incontri, i sorrisi che si rivelano in occasione di quegli incontri. Entrare all’ex dogana è come mangiare una madeleine. Stessa fauna del millennio scorso. Stesso clima. Stesse impressioni. Anche io mi sento molto più giovane di quanto sia in realtà.

Paghiamo i nostri biglietti e aspettiamo. Nessuno sembra gentile, ma non importa. Perdoniamo tutto pur di andare sulla Luna. Entriamo nel planetario, ci sediamo, le luci si spengono, si accende la volta. Si parte. Siamo circondati dalla scena di Roma. In alto nel cielo le stelle sono pochissime. La volta celeste è quasi sparita dalle grandi città a causa dell’inquinamento luminoso. E la scomparsa delle stelle non ne è l’unica conseguenza.

Piano ci allontaniamo dal pianeta Terra e iniziamo a navigare per il sistema solare. Visitiamo il lato oscuro della Luna, la crosta di Marte, gli anelli di Saturno, poi ce ne andiamo sempre più lontano, oltre la galassia e ancora oltre e oltre. Finché Orlando e la sua amica un po’ si inquietano. E sinceramente pure io. Anche perché il 3D è ottenuto solo dalla sfera di proiezione e questo ogni tanto dà un po’ di voltastomaco.

“Ma quando finisce?” domandano i bambini, destinatari principali dello spettacolo. Si poteva forse renderlo più accogliente e adatto a loro.

E finalmente il viaggio finisce, impattando sulla radiazione cosmica di fondo che conserva la memoria del big bang. Poi si torna indietro fino a riplanare su Roma, in un volo intergalattico attraverso immagini non sempre messe a fuoco. Letteralmente sfocate. Come in un film di fantascienza fatto in casa.

Usciamo dal planetario, attraversiamo la folla incoerente del vicino mercatino dell’usato, in una scena postmoderna, dove stili e epoche si affollano l’uno sull’altro in modo incontenibile.

Torniamo a casa. Senza stelle.

 

Marnie

Lo so, non è il suo più bello, ma il film che ho amato di più di Hitchcock è Marnie.

Un rapporto stretto quello del maestro del brivido con la psicanalisi, eppure, a guardarlo oggi, estremamente ingenuo. Ma non importa, perché i suoi film sono capolavori.

Prendiamo Marnie e prendiamo Io ti salverò. Racconti in cui emergono personalità sofferenti, indagate in modo semplice e un po’ meccanico attraverso le teorie psicanalitiche. Eppure la cosa non mi disturba e Marnie mi emoziona ogni volta.

Chissene importa della psicanalisi. Io nei film di Hitchcock voglio vederci qualcos’altro. Per esempio l’amore.

Marnie incontra Mark, che si innamora di lei e si accanisce fino a tirarla fuori dal delirio di cleptomania e fobie nel quale vive. In Io ti salverò non è la cleptomania a disturbare il protagonista ma l’amnesia e il senso di colpa, e anche qui l’amore di Costanza Petersen arriva a salvare John Ballantyne da un brutto destino di sofferenza psichica e sociale.

In Marnie e Io ti salverò l’amore diventa un ingrediente necessario dei percorsi analitici e terapeutici, in barba alla pratica freudiana che vuole lo psicanalista seduto alle spalle del paziente in un rapporto che dire privo di sentimenti è poco. Poi nella realtà ci si innamora pure dell’analista seduto alle spalle, ma questa è un’altra storia.

L’amore di Mark e Costanza difende i due protagonisti dalle gabbie sociali nelle quali cadrebbero se non ci fosse nessuno ad accogliere la loro sofferenza, a prendersene cura. Senza quell’amore il destino di Marnie e John percorrerebbe la strada che partendo dall’accusa passa per il giudizio e la reclusione, fino a spingere i protagonisti dritti dritti al punto di non ritorno, dove non c’è più niente da fare.

Se non fosse stato un piccolo caso di cleptomania, forse non ne sarei rimasta turbata. Ma io Marnie ce l’ho nel cuore e chiunque me la ricordi mi intenerisce e mi mette all’erta.

Non faccio nomi. Non importa. È tizio ma potrebbe essere caio. Non è mio figlio. Ma l’esperienza è diretta. C’è un bambino di sei anni che ruba. Ruba in classe. Di tutto. Anche, soprattutto, cose inutili, futili, brutte. I bambini cleptomani si lasciano smascherare facilmente e le maestre se ne accorgono. Ed è così che arriva la punizione. Bisogna rimettere in riga il bambino e trasmettergli il disvalore del furto, come se lui non lo conoscesse già. Durante l’ora di ricreazione, o tempo libero che dir si voglia, il piccolo cleptomane scenderà in cortile con i compagni di classe ma gli sarà negato il gioco. Dovrà stare seduto in un angolo. Se proprio vorrà, potrà rendersi utile in qualche modo. Per riparare al danno fatto, evidentemente. Il bambino accetta e spontaneamente, dicono, si propone di spazzare per terra perché il cortile è sporco. Nessun problema. La madre ne è al corrente ed è d’accordo con le scelte delle insegnanti.

L’unica cosa sensata di tutta questa faccenda l’ha detta il bambino: il cortile è sporco.

La bambina vuole sentirsi amata, ma non ha alcuna speranza di riuscirci […] per essere degna di amore, deve prendere qualcosa da qualche parte al di fuori di sé.

Winnicott, Il bambino deprivato

Perché i bambini rubano?

La tendenza antisociale implica la speranza. La mancanza di speranza è il tratto fondamentale del bambino deprivato che, ovviamente, non è costantemente antisociale. È nel periodo della speranza che il bambino manifesta la tendenza antisociale. Ciò può rappresentare un disturbo per la società e per chi viene derubato della bicicletta, ma chi non è personalmente coinvolto può scorgere la speranza che sottende la coazione al furto […] è di vitale importanza comprendere che l’atto antisociale è una manifestazione di speranza. Troppe volte si vede questo momento di speranza andare perso o sciupato per un’errata conduzione del caso o per intolleranza. Questo è un altro modo per dire che la terapia adatta alla tendenza antisociale non è la psicoanalisi, ma un trattamento che va incontro a questo momento di speranza e lo accompagna.

Winnicott, Il bambino deprivato

Un bambino che ruba sta gridando aiuto. Sta chiedendo amore.

Un bambino che ruba è stato messo seduto in cortile, separato dagli altri, esposto agli altri. Amen

le correzioni

Mentre il padre di mio figlio mi consigliava di aggiungere un po’ di carne ai cannelloni di ricotta e spinaci per renderli più appetibili a Orlando, dimenticando non solo le regole del gusto, ma pure che la carne non la mangio quindi non la compro né la cucino da quando Ozu non c’è più, io intanto me ne andavo in cerca di risposte.

Pizza margherita. Una passione. Orlando me la chiede e io gliela faccio trovare per cena, convinta che così mi eviterò i soliti complimenti su quanto faccia schifo ciò che ho cucinato. Sono sicura di me. Lo aspetto al varco con un sorriso non svelato ma pronto a rivelarsi al primo morso. Lui si siede e fa: no, la pizza non la voglio.

Sono attonita, spiazzata, non ho parole. Aspetto solo che la pizza smetta di fumare e che Orlando se la mangi nonostante il disappunto. Succede e io incasso il risultato. Va bene così. In fondo non ho bisogno di smancerie e gratificazioni. Me la cavo anche sui carboni ardenti.

Cerco disperatamente testimoni di questa prima età ingrata, di questa precoce prepreadolescenza. Ma mentre sui terrible twos c’è una letteratura sterminata, sulle opposizioni dei sei settenni non c’è niente di scientifico, chiamiamolo pure così. Ci sono solo psichiatri che nei casi estremi rimandano al disturbo oppositivo provocatorio. E poi ci sono i genitori disperati.

Insomma, che mio figlio mi lasci ogni giorno interdetta per la novità che mi sbatte in faccia è del tutto normale. Io posso solo respirare, mantenere la calma ed evitare di urlare.

Siamo tutti d’accordo: il motivo principale della fase di crisi dei seienni è l’inizio della scuola dell’obbligo, il sistema di regole e responsabilità, la competizione, il giudizio, la stanchezza. Inoltre c’è la questione non da poco che il bambino, entrato ufficialmente in società attraverso il portone della scuola primaria, tenti ora la costruzione di un proprio codice etico e morale differente da quello dei genitori. Almeno così leggo.

La morale per noi genitori è sempre quella: non ti arrabbiare. Ti spappoli il fegato e non ottieni risultati.

Ma non mi basta. Io sono ostinata e continuo a navigare nella rete in cerca di testimonianze.

I primi ad affacciarsi nel mio piccolo viaggio virtuale sono coloro che identificano i giorni moderni con l’età della perdizione e affermano che ai loro tempi i ragazzini non erano così. Poi per fortuna arrivano alcuni psicologi a ricordare che quando loro erano ragazzini conflitti ce ne erano eccome, solo che allora i genitori reagivano con le botte, sommergendo i contrasti.

Infine mi imbatto nei consigli, alcuni dei quali appropriati:

  1. Non confondere la correzione col rimprovero. Il bambino ne farà un’esperienza negativa.
  2. Prima di correggere, domandarsi: di chi è il problema? Mio o del bambino? Quando dico “mio figlio mi crea problemi” intendo probabilmente che la difficoltà ce l’ho io nei suoi confronti e non il contrario. Contare quindi fino a 100 prima di iniziare a correggere. Arrivati a 99, fermarsi e farsi un’altra domanda: con quale indicazione sto correggendo il suo comportamento? Non lo sto per caso esortando a ripercorrere un mio antico errore? Se la risposta è sì, lasciare che il bambino percorra la sua strada, libero di fare i suoi errori piuttosto che ripetere i nostri.

Fin qui siamo nell’ovvio. E solo alla fine viene il bello. James Hillman e la teoria della ghianda: ognuno di noi viene al mondo con un’immagine di sé, un’idea da raggiungere, una specie di destino, di orizzonte verso il quale andare.

Questo libro sta dalla parte dei bambini. Vuole fornire una base teorica per comprendere la loro vita, una base che poggia sui miti, sulla filosofia, su culture diverse dalla nostra e sull’immaginazione. Mira a dare un senso alle disfunzioni infantili prima di applicarvi le loro etichette letteralistiche e prima di spedire il bambino in terapia […] La teoria della ghianda afferma con forza l’intrinseca unicità del bambino, il suo essere portatore di un destino, il che significa innanzitutto che i dati clinici della disfunzione attengono in un modo o nell’altro a quella unicità e a quel destino. Le psicopatologie sono altrettanto autentiche del bambino stesso.

James Hillman, Il codice dell’anima

LONDON: Che conseguenze hanno le tue idee per i genitori?

HILLMAN: Penso che quello che dico possa sollevarli grandemente e far loro desiderare di prestare più attenzione al loro figlio, a questo straniero particolare che è “atterrato” tra di loro.

Invece che dire: “questo è mio figlio”, devono chiedersi: “Chi è questo figlio che risulta essere mio?”

Così possono sviluppare molto più rispetto per il bambino e cercare di stare vigili per occasioni nelle quali il suo destino possa mostrarsi— come una resistenza alla scuola, per esempio, o degli strani sintomi, o un’ossessione verso qualcosa. Forse noterebbero qualcosa d’importante che prima non avrebbero notato.

LONDON: A volte dei sintomi possono essere visti come debolezze.

HILLMAN: Certo. Così si inizia qualche programma medico o di psicoterapia per eliminare quelle debolezze, mentre la manifestazione di quei sintomi può essere l’aspetto più cruciale di quel bambino. Ci sono molte storie nel mio libro che mostrano questo.

Scott London, Intervista a James Hillman