io

©Emanuela Barilozzi Caruso

Annunci

SEI performance nei musei di Roma

 

Museo di scultura antica Giovanni Barracco. Una bellissima collezione un po’ dimenticata. Ci si passa davanti passeggiando per il centro di Roma. Qualche volta, raramente, ci si ferma e si entra.

Roma è una città carica di cose, storie, musei, epoche, personaggi. C’è tutto e il contrario di tutto e il rischio è uscirne con una grande confusione, senza bussola.

Visitarla allora può voler dire vedere le cose più evidenti, le più note, le imperdibili, e tralasciare il resto, per esempio il Museo Barracco.

Che ce ne facciamo del Barracco se nessuno ci va?

Mercoledì scorso, nell’ambito di un’iniziativa organizzata, tra gli altri, dalla casa editrice per la quale lavoro, al museo di scultura antica di corso vittorio è stata allestita la performance di Ivana Spinelli, Minimum: voci.

Voci che recitano ripetutamente e insieme il contratto collettivo italiano del lavoro tessile in sette lingue diverse. Tra resti di statue, busti e teste antiche, sette persone in carne e ossa, ferme per due ore davanti a un microfono, hanno letto il contratto vigente in Italia, in una sorta di lingua magica babelica eppure significante fatta di tutte le lingue del mondo. Ciascuno la sua. L’insieme è ciò che va oltre e ridà senso alle cose.

Percorrere gli spazi del Barracco lungo il fiume mantrico della performance di Ivana Spinelli ha resuscitato quei resti di antichità un po’ dimenticati, li ha animati attraverso un linguaggio infinito nel suo tornare su se stesso.

Minimum è stato un viaggio nel tempo. Non solo l’irruzione non violenta nel mondo antico da parte di esseri viventi in cammino sulle terre della contemporaneità, ma la costruzione di un percorso capace di entrare nelle infinite vite delle cose.

Questo forse bisognerebbe fare a Roma, nei suoi smisurati percorsi d’arte: costruire una mappa fitta dove orientarsi per scegliere un viaggio nel tempo, accompagnati da una voce capace di rianimare le cose già accadute. Tante sottili linee in cui rintracciare la vita.

riscaldamento globale

Questo è il tempo della siccità, del riscaldamento globale, del disastro. Noi romani lo sentiamo nell’aria, che è diventata putrida e carica di smog. Mai come in questo momento. Poi viene la pioggia e nessuno si lamenta perché l’aspettavamo.

Arriva precisa alle 16.30, l’ora in cui Orlando esce da scuola.

Se l’uscita dalla nostra scuola primaria è una delle cose più malmesse e peggio organizzate che io abbia mai visto in vita mia, quando piove la situazione precipita.

I bambini, a un ritmo incommensurabilmente lento, vengono condotti al portone e lì bloccati sotto un cornicione pericolante, crollato qualche metro più in là, per cui è stato transennato un intero marciapiede. Lo sguardo della maestra si fa largo tra la folla di donne uomini e ombrelli venuti a prendere i bambini, che cerca di spedire fuori dalla scuola, uno per uno, finché la classe insesorabilmente si svuota e si passa a quella successiva.

Inutile prendere appuntamenti a Roma se piove. Non è chiaro quando riuscirai a riavere tuo figlio.

La scuola di Orlando ha un bellissimo cortile interno, dove la prima settimana abbiamo accompagnato i bambini che iniziavano le elementari. Ha pure un grande androne confinante con un largo corridoio di accesso alle scale che portano alle aule. Insomma basterebbe il buon senso.

È qui che ci dovete ridare i nostri figli! Nel cortile oppure nell’androne. Non sul marciapiede, sotto il cornicione pericolante e la pioggia battente.

Probabilmente è tutta questione di burocrazia e di assicurazioni. I genitori dentro la scuola a quell’ora non sono assicurati. Se cadessero e si rompressero una gamba. Se scivolassero e battessero la testa. Se si rompessero l’osso del collo. Se impazzissero e cominciassero a colpire la folla. Se aggredissero un insegnante. L’assicurazione non coprirebbe le spese.

Io l’ho sempre detto. La scuola è un grande piccolo specchio dell’Italia. Una specie di laboratorio delle follie di questo paese.

Se si decidesse di coprire i genitori con una polizza integrativa infortuni e responsabilità civile – che dovremmo pagare noi e che ci costerebbe 7/8 euro l’anno – il problema probabilmente sarebbe risolto. D’altronde versiamo già un contributo cosiddetto volontario di 30 euro annui comprensivi di: assicurazione del bambino, cartellino di riconoscimento per le uscite, adsl, manutenzione laboratori. Che in una scuola come quella di Orlando vuol dire un’entrata di 15.000 euro circa.

Con la spesa del cartellino – prezzo stimato tra i 3 e i 6 euro – e quella dell’assicurazione del bambino – 4,50 euro – arriviamo a 10 euro. Il resto delle voci è roba piuttosto fumosa e poco trasparente. Per carità, non voglio dire che la scuola ci marci. Anzi. Probabilmente non ci sono i soldi per fare niente, meglio quindi avere un tesoretto per le emergenze. Ciò che mi disturba è il criterio di esclusione.

La scuola esclude. Esclude i genitori dai suoi luoghi fisici e simbolici. Li esclude dalla conoscenza e dalla trasparenza quando chiede loro di versare soldi senza però voler rendere conto di niente. Li esclude dalla possibilità di decidere come spendere questi soldi. Per esempio accendendosi un’assicurazione per poter entrare a prendere i figli nei locali della scuola.

La scuola esclude i bambini. Quando sono in difficoltà. Quando non ce la fanno. Quando restano indietro. Quando sono fragili. Quando rivelano una differenza. Spesso la scuola non è in grado di includerli.

Ed è così che i genitori, quando piove, sono costretti a scegliere tra l’uscita dei figli da scuola e il riscaldamento globale. Non possiamo biasimarli se mandano a quel paese l’ambiente sperando che non piova, se anzi ci mettono il carico da novanta prendendo la macchina per fare 100 metri e lasciando i motori accesi anche quando stanno fermi. Se lo fanno con automobili ingombranti da tutti i punti di vista. Se quando tornano a casa accendono i termosifoni anche se non serve. Se intrattengono i figli con giochi ipnotici ad alto consumo di energia e di sinapsi, lasciando tutto accesso per ore e ore. Se tutti insieme formano uno dei peggiori nemici privati dell’ambiente. I genitori sono soli nel loro destino. Nessuno li aiuta.

Io personalmente ho stabilito la mia piccola pratica di disobbedienza: quando piove vado a prenderlo prima.

chi ha ucciso Perkus Tooth?

Ognuno trova quel che cerca nelle letture che fa.

Tornare a Lethem dopo una lunga immersione nei romanzi di Murakami non è stato facile. Rimasta col cuore tra le lontane montagne del Giappone, non riuscivo ad ambientarmi nella Manhattan di Chronic City. Ma gli americani ti danno il tempo. 450 pagine di narrazione. Alla fine o entri nella storia, oppure rimetti il libro nello scaffale e lo saluti per sempre. Io l’ho letto fino in fondo.

Lethem riesce a raccontarmi alcuni dettagli del mio tempo e della mia vita come nessun altro al mondo.

Chronic City è la biografia di chi ha percorso una strada irregolare. Raccontata ad anni di distanza dagli anni più caldi. Quando ci si ritrova in casa con gli amici di allora, ancora a vaneggiare di immaginari, fantastici calderoni e a fare i conti con coloro che se ne sono andati. Qualcuno dirà: sì, ma eravate irregolari. È vero, ma non eravamo pronti alla perdita. Non a veder andar via così i nostri compagni di viaggio. E come accade al protagonista del romanzo, Chase Insteadman, anche per noi arriva la domanda: come sono morti davvero i nostri amici? Ma la risposta si perde in un mare di ipotesi in cui la realtà è talmente sfuggente che diventa difficile pensare, ora, di cambiarla una volta per tutte.

Chronic City è un lungo, bellissimo addio a coloro che se ne sono andati. È il resoconto di quel che ci resta: l’amore purissimo di un cane e la forza inafferrabile di una tigre.

 

salviamo i bambini dal pallone

Il padre di mio figlio è un romano quasi doc, con i pregi e i difetti che caratterizzano gli abitanti della capitale. Per esempio certa cinica ironia. Quando gli ho parlato dei risultati di un’indagine che ha rivelato il diverso atteggiamento delle donne e degli uomini nei confronti dei colloqui di lavoro (le donne vanno molto più preparate degli uomini, che facilmente ci provano anche se non hanno un grande cv da presentare), ha detto: certo, noi dobbiamo portare in fretta i soldi a casa. Nonostante il pensiero un po’ retrò, nelle sue parole si nasconde una verità: l’approssimazione. Insomma l’ammissione della vaghezza nelle azioni e della fretta nel portarle a termine.

I maschi sono più semplici, pragmatici e privi di grilli per la testa. Vanno al sodo senza farsi troppe domande. Atteggiamento di cui non è il caso di vantarsi, visti i danni che riesce a provocare. Ma è forse questione di dna? Quello del maschio è un destino genetico? Io sinceramente non lo so. Credo inoltre che il dna sia talmente suscettibile anche dei più piccoli movimenti esterni e interni, che è difficile definirlo una volta per tutte. Ma se pure fosse, oltre al dna ci sono le esperienze, le condivisioni, le proposte, l’ascolto e un milione di altre cose che descrivono il nostro passaggio su questo pianeta. Cose sulle quali si può lavorare. Alle quali affidare un possibile cambiamento.

La semplicità di Orlando che cerca e trova il suo ruolo dietro a un pallone che disperatamente viene lanciato nello spazio di una porta. La visionarietà di quella porta spesso immaginaria, fatta della materia dei sogni. Il contatto fisico, quel volersi acchiappare a tutti i costi, il sudore, il fiatone, le voci gridate, be’ mi commuovono. E pure messe a confronto con le sofisticatezze dei giochi delle bambine, non mi dispiacciono. Certo però che lo spazio privo di fretta, creativo, raffinato e pieno di respiro non può essere ignorato. Anzi. Allora mi dico: meno male che le inseganti sono donne. Meno male che Orlando impara a lavorare la maglia, e gli piace, che impara a spazzare per terra, che si mette con pazienza a colorare, che si dedica alle creazioni d’arte con la cura e la precisione di cui è capace. Se la scuola fosse nelle mani dei maschi, tutto questo non ci sarebbe. E non ci sarebbe nemmeno ciò che secondo me in questo momento sta salvando la scuola dal naufragio imminente: il volontarismo di alcune insegnanti, la loro disponibilità a mettere in gioco qualcosa che nessuna moneta può comprare, cioè quella parte di lavoro che il ministero non richiede e che sullo stipendio non viene riconosciuta. Pochi uomini probabilmente accetterebbero una simile condizione, vista l’urgenza di portare i soldi a casa.

Mancano, e quando dico mancano è drammaticamente vero, figure maschili nella scuola primaria. Meglio così, verrebbe da dire, almeno la fastidiosissima approssimazione di cui gli uomini sembrano essere portatori sani resta fuori dalle classi dei bambini. Poi ovvio, il dirigente spesso è maschio, ma lì va bene perché il suo pragmatismo lo aiuterà a fare bene. E infatti si vedono i risultati. Nella scuola, che cade letteralmente a pezzi, come altrove, dall’ambiente alle relazioni umane alla politica. Dalle questioni universali alle più piccole. Grazie al pragmatismo e alle approssimazioni siamo stati sommersi da mondezza e plastica. Non c’è stato un attimo per fermarsi a pensare alle conseguenze di ciò che facevamo finché il pianeta Terra non ha cominciato a gridare il suo strazio. E nemmeno questo è ancora sufficiente.

Io credo che esiliare i maschi dai luoghi della prima formazione sia un errore, così come credo che sia un errore lasciare questi luoghi interamente nelle mani delle donne. Perché la scuola non può che avere ancora un ruolo, che probabilmente si esaurirà nel giro di qualche decennio: la sperimentazione. Anche quella delle relazioni di genere. Del rapporto con la propria personalità e con quella dell’altro da sé. Di nuovi ruoli. Nuove forme. Dell’abbattimento di uno spirito conservativo che dimostra quanto poco pesi, spesso, sul piatto della bilancia maschile, la presenza dei bambini, cioè di coloro ai quali un giorno lasceremo il testimone di questo nostro mondo.

I maschi continuano a correre dietro a un pallone senza mai riprendere fiato, e pure quando si appassionano di slow, lo fanno per costruirci sopra un business.

Sarebbe cosa buona e giusta che gli uomini entrassero nella scuola come insegnanti accanto alle colleghe, e lì si riformulassero nella relazione con tutti gli altri, bambine, bambini e donne, che da più di cento anni chiedono loro di venire a sedersi al tavolo del confronto. Sarebbe cosa buona e giusta abbattere il muro dei ruoli che relegano le donne alla cura dei bambini piccoli, per poi affidarli più tardi all’insegnamento dei maschi che arrivano a formare i caratteri dei ragazzi negli anni dell’adolescenza e della giovinezza, mostrando loro come si sta al mondo davvero. Sarebbe cosa buona e giusta contaminare il gioco del pallone con la grazia, che in fondo, a guardarlo bene, ne ha un immenso potenziale.

Intelligenza artificiale. Bambine contro bambini

In prima elementare le differenze di genere si amplificano. I gruppi si separano. Le femmine vanno da una parte e i maschi da quella opposta. Così nello spazio come nei fatti e nel tempo. Si rincontreranno, molto in là negli anni, quando arriveranno i primi amori, i primi ormoni, le prime cotte. Ma da questo momento, per molto tempo, i maschi e le femmine faranno percorsi separati.

La scorsa mattina andando a scuola Orlando mi raccontava di un esercizio di matematica fatto in classe. I bambini dovevano copiare dalla lavagna degli insiemi su un numero imprecisato di fogli, da un minimo di 1 a un massimo di 20. Lui ha compilato 3 fogli, e così i suoi amici maschi, che non sono andati oltre i 4. Di gran lunga più produttive le bambine, qualcuna delle quali ne ha compilati 12, una addirittura 20, cioè il massimo.

Perché? Tutta questione di QI? Questi maschi sono proprio così scemi? Ci mettono tanto a sviluppare qualità che nelle femmine si rivelano quasi immediatamente?

A cercare spiegazioni si incappa in una incredibile rincorsa a chi è più intelligente di chi. I bambini allattati sono più intelligenti di quelli non allattatti. I bambini bilingue sono più intelligenti dei monolingua. Le femmine sono più intelligenti dei maschi. E chi più ne ha più ne metta. Ma a noi non interessa sapere chi salirà sul podio del bambino più intelligente del secolo. Noi vogliamo sapere dove si nasconde la felicità.

Alcuni studi rivelano differenze che sembrano più indotte che innate. Per esempio che le future bambine, cioè le donne, si presentano a un colloquio di lavoro quando le loro competenze rispondono al 100% delle richieste. Gli uomini si presentano anche con competenze che ne coprono il 60%.  I maschi si buttano. Le femmine si misurano. Quindi, forse, i maschi sono stati educati al coraggio, le femmine alla perfezione.

Detta così potrebbe addirittura sembrare un vantaggio al femminile, se non fosse noto che la perfezione è un inferno che genera disparati mostri in un range che va dalla mancanza di sicurezza fino ad arrivare all’anoressia, passando per infinite altre trappole disseminate sul terreno delle nostre giornate. D’altronde il coraggio, se smisurato, non è da meno: quasi una bacchetta magica che viene a cancellare lacrime, palpitazioni, capacità di riflessione, di ascolto, fragilità, legittime paure. Insomma la femmina ne esce impeccabile, il maschio incontenibile. Con tutte le conseguenze sociali, culturali, penali, antropologiche ed economiche che conosciamo.

Al fondo, per tutti, credo ci sia una sana naturale reazione alla scuola, che è pur sempre un sistema coatto, trasmettitore di immaginari dati. Le bambine reagiscono rispondendo in modo obbediente alle richieste. I bambini scalpitando. Entrambi allineandosi all’immaginario del vecchio mondo.

Ma che ci sta a fare la scuola se non è in grado di creare nuovi scenari? Di mettere le mani nella pasta del futuro? Rimescolando le carte e liberando tutte e tutti. Le bambine dall’obbedienza e dalla insostenibile perfezione. I bambini dall’incontenibilità e dalle approssimazioni del coraggio.

E poi sì, la libertà è anche arrampicarsi sugli alberi, e la scuola questa cosa non la garantisce. E i bambini possono esplodere o implodere.

Benvenuti nella scuola

 

Dopo due settimane di infernale pena, il 14 settembre è iniziata la scuola.

Prima elementare. Siamo solo all’inizio e io mi guardo intorno.

Orlando esce tutti i giorni alle 16.30. Il tempo pieno non mi piaceva ma non avevo alternative, a meno di rinunciare al metodo Montessori. Era così impotante? Non lo so, ma l’esperienza della materna mi aveva convinta che ne valesse la pena.

La scuola è un edificio grande, grandissimo. Un relitto del secolo scorso. Simbolo incalzante del sistema scolastico. La mattina lascio Orlando all’entrata e lo riprendo all’uscita, quando le classi vengono accompagnate dalle insegnanti al portone e genitori nonni e tate si ammassano sulla piccola striscia di marciapiede per riprendersi ognuno il proprio studente, in un balletto di mani alzate per farsi notare nella folla.

Incrociare gli sguardi con l’insegnante è un miracolo, figurarsi scambiarci due parole. L’unica a poterlo fare è la candidata rappresentante dei genitori. Tutti gli altri ricevono comunicazioni piuttosto confuse, tra le quali si barcamenano per sapere cosa mettere nello zaino, quando portarlo e quando lasciarlo a casa. E così le chat di classe impazzano di messaggi.

Benvenuti nel mondo reale. Non la realtà del pianeta, delle cose, dei giorni, delle storie e della natura. No. La realtà del MIUR, un nome che nasconde significati ambigui e imprevedibili.

La situazione per noi è aggravata dal fatto che quest’anno abbiamo deciso di usare la macchina il minimo indispensabile. Così prendiamo il treno imbattendoci col pendolarismo di chi tutte le mattine, di buonora, si sposta viaggiando sui binari che corrono da una stazione all’altra della città. Folle che salgono e che scendono. Che corrono. Che aspettano. I ritardi. I treni a Roma sono spesso in ritardo, e fare affidamento sul trasporto pubblico per andare da qualche parte può rivelarsi una scelta estremamente ingenua.

La scuola primaria – le nostre vecchie elementari – determina in modo irreversibile il passaggio al cosiddetto mondo reale, a quel sistema allucinatorio in cui ti guardi intorno e ti chiedi: dove sono finito? Un terreno sul quale il contrattempo è imminente ed è facile inciampare in piccoli e grandi slittamenti di senso. Un sistema stretto tra l’impersonalità e la disorganizzazione. Una specie di grande fratello che lavora nel caos totale.

Noi abbiamo scelto la Montessori e dopo due settimane ci chiediamo già perché. Ero davvero così convinta?

Se l’unico modo per conoscere le cose è farne esperienza, qui la regola non vale. La maestra non si vede, è un’entità astratta, un’apparizione. Per capirci qualcosa, noi genitori chiediamo ai bambini e li ascoltiamo cercando di captare dati che ci permettano di ricostruire la vita in classe.

Facciamo domande più o meno innocue per cogliere lo spirito che i nostri figli vivono in questo gigantesco ventre che è l’edificio dove trascorrono le giornate. Ed è così che siamo venuti a sapere delle crocette. Crocetta verde se sei stato bravo/buono, crocetta rossa se sei stato cattivo. Perché venga data la crocetta rossa non è chiarissimo, probabilmente nei casi di sovraeccitazione del bambino e forse, addirittura, quando non riesce a chiudere un campito che gli è stato assegnato. A un certo numero di crocette arriva la punizione: niente giardino.

Nella educazione comune il compito fondamentale dell’insegnante è quello di correggere, tanto nel campo morale che in quello intellettuale; l’educazione cammina secondo due direttive: dare premi o dare punizioni; ma se un bimbo riceve premi e punizioni, significa che non ha l’energia di guidarsi e che egli si rimette alla continua direzione dell’insegnante. I premi e le punizioni, in quanto estranei al travaglio spontaneo dello sviluppo del bambino, sopprimono e offendono la spontaneità dello spirito. Non possono perciò aver luogo nelle scuole, come le nostre, dove si suol rendere possibile e difendere la spontaneità. I bambini lasciati liberi sono assolutamente indifferenti a premi e castighi.

La mente  del bambino

Maria Montessori

Ma d’altronde si sa, il metodo va riformato. E allora chissene importa del metodo, ma che almeno si usi il buon senso. Perché togliere il giardino a un bambino agitato, che quindi ha difficoltà a contenere la propria energia? Piuttosto portacelo più spesso, magari si calma un po’.

Se è grave questa specie di semaforo morale – passi col verde e ti fermi col rosso – a peggiore la situazione arriva la notizia che la maestra sceglie a chi dare la croce, cosa già di per sé simbolicamente rilevantissima, ma non è lei a tracciarla fisicamente: chiama dei bambini mandatari che la metteranno al posto suo sul foglio deputato al giudizio.

Tutte le note sui quaderni, e le osservaioni delle maestre, producono una riduzione dell’energia e dell’interesse. Dire “Sei cattivo” o “sei stupido” è umiliante: è insulto e offesa, ma non correzione perché il bambino per correggersi deve migliorare, e come può migliorare se già è sotto la media, ed oltre a ciò viene umiliato?

Maria Montessori

Io per ora sospendo il giudizio e spero che almeno qualcuna delle cose che i bambini ci hanno raccontato sia stata pescata dal pozzo della loro fantasia.

 

i fatti, le parole e il ministero della salute

L’Italia è strana, un po’ anarchica un po’ fascista, tutta bianca e tutta nera, senza mai una mezza misura. In un paese così, fino a prova contraria sono tutti colpevoli.

Cosa fare quando un italiano si macchia del peccato del dubbio? Quando pone una domanda di cui si farebbe sinceramente a meno?

Si taglia la testa al toro.

Hai dei dubbi? Delle preoccupazioni? Vuoi saperne di più? L’Italia bussa e dice:

Salve, sono Wolf. Risolvo problemi.

Inutile perdere tempo con le domande. La verità sta da una parte e non si discute. Basta con i medici ignoranti dispensatori di incertezze. Basta peli nell’uovo. Basta farmaci con le controindicazioni. Basta parole.

In Italia finalmente è arrivata la ministra Lorenzin e ha detto: zitti tutti. O vi vaccinate o sono c. vostri. Affermazioni che lasciano il tempo che trovano, perché alcuni articoli della costituzione italiana ne annullano la legittimità. Oltre al fatto che un TSO è roba piuttosto pesante. Ma fare la voce grossa a volte è utile perché la gente si spaventa e si rimette in riga.

È stata determinata oltre ogni aspettativa la ministra. D’altronde l’OMS ci stava rimproverando. Cosa poteva fare lei se non affannosamente e pericolosamente cercare di adeguarsi ai livelli dei grandi paesi democratici occidentali? Superarli di gran lunga? Dimostrare di essere oltre? Non uno, non due, non quattro e nemmeno sei. In Italia i vaccini obbligatori saranno dodici. Che caratterino. Una donna indipendente. Perché lei una volta dà ragione all’OMS e un’altra volta no.

Non sono un medico e non mi pronuncio sui vaccini. Ho fatto le mie scelte che sono assolutamente personali, come quelle di chiunque altro, e non mi permetterei mai di trasformarle in una indicazione di comportamento. Esco quindi dal coro di questi giorni in cui gli italiani sono diventati tutti scienziati, e vado a vedere il comportamento della ministra della salute su altre questioni.

CONSUMO DEGLI ZUCCHERI

In occasione del richiamo dell’Organizzazione mondiale della sanità sul consumo di zuccheri, che avremmo dovuto drasticamente ridurre (si parla in particolare di zuccheri e prodotti industriali) per contenere i rischi di malattie in espansione come il diabete e l’obesità, Lorenzin ha sfoderato tutta la sua cultura scientifica e il suo carattere di ferro per dire no. Noi di zuccheri ce ne mangiamo quanti ne vogliamo. Si è allineata alle posizioni di Federalimentare, e a strillare un tale coraggioso rifiuto dell’Italia all’OMS ha mandato Luca Del Balzo, senior advisor della Ferrero.

ALLARME ANTIBIOTICO RESISTENZA

Da qualche anno l’OMS ribadisce un allarme serio, quello della antibiotico resistenza: la capacità di alcuni batteri di resistere agli antibiotici. Il fatto accade sia per una naturale capacità di rigenerarsi dei batteri, sia per l’abuso che di questa categoria di farmaci viene fatto, con la conseguenza che i nemici imparano a resistere, si armano e contrattaccano. In Italia, tra i primi paesi europei consumatori di antibiotici umani e terza nel consumo di quelli veterinari, l’antibiotico resistenza è tra le più elevate in Europa. Infezioni batteriche multi resistenti colpiscono dal 7 al 10 per cento dei pazienti (284.100 persone) causando circa 4.500-7.000 decessi l’anno.

La antibiotico resistenza si può combattere attraverso alcuni interventi: una diversa cultura e pratica della cura, con un ridimensionamento importante dell’uso di antibiotici; una vera e propria virata dell’industria alimentare: una grossa fetta dell’uso di antibiotici è infatti imputabile agli allevamenti intensivi. Cosa fa Lorenzin di fronte a un’emergenza come questa? Ovviamente è d’accordo con noi sulla necessità di fare qualcosa. Parliamone, dicono istituzioni e associazioni che si occupano dell’argomento. Ma il piano nazionale contro l’antibiotico resistenza, più volte annunciato e promesso, non si è ancora visto. Insomma al momento abbiamo sentito solo tante parole.

ALLATTAMENTO AL SENO

Per quanto riguarda l’allattamento al seno, l’OMS raccomanda un allattamento esclusivo fino al sesto mese, poi integrato fino a due anni e oltre di vita del bambino. Cosa fa Lorenzin? Parole. Nessun provvedimento concreto, nessuna iniziativa sociale, economica e reale che sostenga le donne nell’allattamento. E ce ne sarebbero di belle.

 

Mia figlia, don Chisciotte – di Alessandro Garigliano

1998. Era settembre e arrivavo a Torino. Porta Nuova. Via Nizza a piedi fino a via Steffenone. Entravo nella mia nuova casa, da condividere con altri studenti della scuola Holden. Tra loro c’era Alessandro Garigliano.

Lunedì sarebbero iniziate le lezioni nella scuola elegantemente sistemata al primo piano di un palazzo di Corso Dante, a due passi dal Valentino. Molti di noi stonavano. Non eravamo eleganti. Non c’entravamo niente con Torino, anche se poi ce ne saremmo innamorati. Eravamo determinati. Volevamo scrivere. Avevamo milioni di cose da dire e cercavamo il modo.

Due anni più tardi, insieme al vecchio millennio si chiudeva il nostro corso alla Holden e quasi tutti lasciavamo Torino. Io tornavo a Roma e Alessandro a Catania.

L’ho rivisto due volte nel corso degli anni. Nel 2014 alla presentazione romana del suo primo romanzo, Mia moglie e io. Poi quest’anno, nella bella libreria Koob, dove Alessandro ha incontrato i lettori di Mia figlia, don Chisciotte, la sua seconda prova narrativa.

Dopo aver accompagnato mia figlia all’asilo, torno a casa. Non riesco a liberarmi subito del vestito gessato nero. Si tratta dell’abito del mio matrimonio. Non ne possiedo altri eleganti, non frequento eventi mondani e non esercito un lavoro che richieda un aspetto impeccabile. In realtà, all’inizio, non sapevo nemmeno quale figura sociale dovessi interpretare con quel vestito. Mi piaceva desse risalto alle spalle larghissime, a quel che resta di un fisico scolpito da giovane grazie alle innumerevoli ore di sport. Soprattutto mi pareva necessario far credere a mia figlia che il padre, ogni giorno, avesse un impegno lavorativo e non patisse instabilità. Al rientro, sfilarmi l’abito sarebbe stato come tradire la bimba. Allora ho imparato ad approfittare della maschera. Negli anni ho approfondito il Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes Saavedra spulciando monografie con grande emozione […] Fino a quando non ho immaginato di essere un docente universitario, trasformando la passione in lavoro.

Il romanzo si apre con questa confessione di cui ringrazio Alessandro, non solo perché è bella, ma per la verità con cui mostra il personaggio, trasportato dalle acque di una vita inadatta e in cerca di forme, nella quale non posso non rispecchiarmi, non ritrovare la mia figura incerta e inopportuna che non trova pace.

Così, una pagina dopo l’altra, la paternità si intreccia con le avventure di un eroe straziante e incredibile, don Chisciotte, e del suo scudiero Sancho Panza, e la scrittura fruga dentro le cose, rivelandole senza maschere di pudore.

Il racconto della nascita della figlia è uno dei passaggi più belli e arriva quasi alla fine, come una chiave con la quale spostarsi avanti e indietro nelle avventure di un padre e di sua figlia. In queste pagine Alessandro mostra tutta la fatica e l’incanto dello scrivere, del dare nome a una nascita incerta, spaventosa e bellissima.

Cosa volevamo fare noi della scrittura? Un’arma? Una magia? Un labirinto dal quale non uscire? Una rivoluzione? Volevamo che fosse tutta la nostra vita, senza sconti, e il romanzo di Alessandro Garigliano lo racconta.

la pace

da un lavoro della classe Montessori frequentata da Orlando

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: