declinazione femminile

È accaduto per caso. Ma il caso non passa indifferente tra le cose. Le segna e ce le affida. Ed è così, per caso, che SEI performance nei musei di Roma ha visto esibirsi sei artiste donne, affiancate da un’artista che ha lavorato alla documentazione fotografica delle azioni realizzate.

Da questo piccolo osservatorio esce un dato incontrovertibile: la performance art ha un’identità femminile. Che non vuol dire che non esistono uomini che la praticano. Vuol dire che è un media con una vocazione identitaria molto forte, riconducibile alle donne.

È vero però che una rondine non fa primavera. È necessario allora andarsi a vedere la storia della performance art e poi tirare le giuste somme. Leggere qualcosa, approfondire, razionalizzare. Infine provare l’impatto visivo con uno strumento a portata di tutti: google. Digitare performance art e cercare per immagini. Fare la stessa cosa con la definizione di arte contemporanea.

La nostra metà del mondo, noi, che con fatica, a tratti, disperatamente, a volte riusciamo a ritagliarci un angolo di visibilità e di esistenza nella galleria degli uomini esibiti e noti come artisti – ma questo è un quadro esportabile in qualunque settore produttivo, creativo, lavorativo, eccezione fatta per i lavori domestici che ci spettano di diritto – insomma noi donne, nella performance art ricompariamo e dominiamo.

Perché?

C’è l’aspetto della consuetudine, certo. Le donne hanno una dimestichezza col loro corpo che gli uomini si sognano. Insomma il corpo per le donne è una terra amica e madre. Conosciuta, attraversabile, misurabile, manipolabile.

Ma non è solo questo. C’è qualcosa che non appartiene alla consuetudine né al sentirsi a casa.

Il corpo delle donne è un’opera d’arte. Perché è bello, creativo, plasmabile, irriconoscibile, riproducibile, incredibile.

Ma non è solo questo.

Il corpo delle donne contiene un messaggio. È un linguaggio fuori canone. Una mappa di segni altri. Una terra delle ipotesi. Un luogo di avanzi. Di dissonanze. Di suoni mai sentiti. Dove andare a cercare ciò che poteva essere e che, forse, accadrà. Ecco il punto. Le donne costituiscono una gigantesca ennesima possibilità di prefigurazione. Il loro corpo è l’unica terra rimasta su cui scrivere la storia che verrà, se ne vogliamo ancora una.

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monopoly

Questi sono i primi passi di Orlando nel mondo delle conoscenze scolastiche. I suoi primi passi nel mondo della scuola. Nel mondo del mondo. Aspettando il Natale, faccio il primo bilancio.

Il tempo pieno è un massacro. È un ritmo fordista che andrebbe combattuto e abbattuto per inventare qualcos’altro. È un sistema pesante, stressante, che lascia ai bambini pochissime libertà di vita, di apprendimento, di conoscenza, di relazione, di scelta, di tutto. Come se la scuola potesse occuparsi di ogni cosa.

Se pure fosse perfetta, non sarebbe in grado né avrebbe il diritto di farlo. A questo aggiungiamo che la scuola pubblica italiana fa schifo e figuriamoci i risultati.

Risultato numero uno. Il metodo Montessori all’interno degli istituti statali è un compromesso. Chi vuole il metodo applicato deve darsela a gambe.

Numero due. A più di cento anni dall’invenzione della scuola, ancora non è chiara una cosa semplice semplice: si apprende di più giocando che annoiandosi.

Abbiamo avuto un lungo weekend, iniziato giovedì pomeriggio e finito lunedì mattina. Giorni interi a sfidarci a Monopoly, un gioco intramontabile dove io e il padre ci siamo tuffati come ragazzini. A parte le casette di plastica, tutto il resto è uguale a quando ero piccola. Un fantastico, capitalistico effetto madeleine.

L’entusiasmo di Orlando è grande. Lui, che si rifiuta di leggere a voce alta, che preferisce ascoltare, che per ore segue le avventure che di notte gli racconto per addormentarsi, di fronte al gioco ha letto. Probabilità imprevisti terreni. Lentamente, con calma, sempre meglio. Gli piace, si diverte, gli serve. Unisce l’utile al dilettevole.

Se è vero che il gioco aiuta a vivere e a conoscere, allora è legittima la mia domanda: cosa ci fanno sui quaderni di Orlando, che frequenta una scuola Montessori, quelle interminabili file di a e i o u ripetute per pagine e pagine? Perché, se nella musica ha preso piede il metodo Gordon e nell’apprendimento delle lingue ha vinto la via della conversazione, l’italiano invece si insegna ancora come cento anni fa? Perché i bambini non vengono guidati nello splendido mondo delle parole come se queste fossero giochi e avventure? Perché vivisezionare quel miracolo che è la nostra capacità di nominare le cose?

dov’è la mia casa?

Valerio Malorni in Amor proprio di Caterina Silva. A cura di Claudio Libero Pisano. Foto di Emanuela Barilozzi Caruso

Nelle narrazioni, per trasformarsi in pattern un elemento deve essere ripetuto almeno due volte volte. Allora lo spettatore ci crede.

Noi Valerio Malorni lo abbiamo visto tre volte. E ci crediamo.

La prima è stato a REF Kids. Un appuntamento che a Roma ci voleva proprio. Una selezione teatrale bella per grandi e bambini che tornerà il prossimo anno. Qui abbiamo visto La mia grande avventura. Un monologo che racconta una storia di passaggio, un grande viaggio  di crescita attraverso la paura, in un crescendo di ritmi che incalzano le emozioni e le fanno uscire allo scoperto.

La seconda volta è stato durante la performance di Caterina Silva, Amor proprio, curata da Claudio Libero Pisano. Malorni qui era uno dei perfomer che animavano la Centrale Montemartini, trasformata in un limbo suggestivo dove vagano le anime. Quando è finita la performance siamo usciti e sulla porta del museo c’era lui. Ho guardato Orlando e glielo ho indicato chiedendo: lo riconosci? Nonostante alcune differenze dovute al trucco, Orlando ha riconosciuto immediatamente l’attore della mia grande avventura e gli ha sgranato gli occhi addosso come fosse un miracolo.

La terza volta è stato a Officina Dinamo con lo spettacolo Piccolo blu piccolo giallo. Un altro affondo alle emozioni, dove i bambini erano coinvolti, a volte messi in scena e interpellati.

Valerio Malorni: – La mamma esce di casa. Cosa dice al figlio?

Bambini: – Vado a fare la spesa.

Valerio: – Bene. La mamma esce di casa e dice vado a fare la spesa. Poi esce il papà. Dove va? Cosa dice al figlio?

Bambini: – Vado allo stadio.

Quello di Officina Dinamo non è certo un pubblico tradizionalista. Dal canto suo Piccolo blu piccolo giallo è un testo finito addirittura nella lista dei 49 libri censurati nelle scuole dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro. Eravamo su un terreno favorevole a un immaginario aperto, nuovo, tutto da esplorare. Eppure anche qui le donne fanno la spesa e gli uomini vanno allo stadio.

Oblio


Sono da poco entrata nella fase della vita in cui si decide di farla finita con i bilanci e ci si rimette in pista come se niente fosse. E tutto accade come su un set hollywoodiano, dove Michelle Pfeiffer si imbratta la camicia indossata per un appuntamento di lavoro e si perde la figlia di uno sconosciuto, mentre Sarah Jessica Parker prende a martellate una torta per farla sembrare artigianale. Non è finzione. È vero. È il quotidiano delle donne che lavorano e hanno figli.

Ogni giorno. Arriva sempre il momento in cui i fatti precipitano, i figli alzano la voce per farsi sentire, il telefono squilla. Disturbo? No, anziNon si fa in tempo a chiudere una cosa che già se ne è aperta un’altra. Martedì. Lezione di kudo, non karate, kudo, che è un’altra cosa. Per allenarsi serve il gi, cioè la divisa legata dalla cintura del colore del livello dell’allievo. Orlando ha appena cominciato e ce l’ha bianca. Siamo pronti, non manca niente. E invece manca qualcosa. Qualcosa di importante. Imprenscindibile. La divisa. Non c’è. È rimasta nella cesta dei panni sporchi che strabocca come un vulcano in piena attività. La guardo, ci penso, ci ripenso. La riprendo da . Non importa che sia sporca, spiegazzata, schifosa. La prendo, gliela metto nello zaino così come è e faccio finta di niente. Arrivano le otto. Nessuno ha cucinato. L’altro giorno senza neanche pensarci ho comprato un chilo di cicoria da pulire ma non l’ho mai pulita e quando apro il frigo lei mi guarda e mi dice: sto per andare a male. Intanto Orlando mi ripete che ha fame, ma non c’è niente di pronto. È un’emergenza. Pasta col parmigianouna carota pelata. Una dieta equilibrata e facile da realizzare. Chissenefrega della cicoria. Quando in tutta la sua frugalità la cena è pronta e servita in tavolaarriva il padre di mio figlio che fa: sempre pasta in bianco? Ma io vado avanti. Non lo sento. Allora lui mi guarda e mi dice: potresti stare tranquilla e invece ti sei messa dentro questo casino. Il casino di cui lui parla è la mia vita.

Ma io ho le mie stanze segrete, dove leggo e scrivo. Oblio. Caro vecchio neon. Wallace racconta il suicidio di Neal l’impostore, un uomo alla ricerca incessante di un’immagine di da offrire al mondo, di una maschera capace di nascondere la persona vuota e disonesta che sente di essere. Un episodio dopo l’altro. Una elucubrazione dopo l’altra. Finoquando l’autore ci schiaffeggia ribaltando i ruoli di chi scrive chi legge e chi è narrato, e rivelando il suo dolore scrive: in altre parole David Wallace che cercava, anche solo per l’istante che ha le palpebre abbassate, in qualche modo di riconciliare quello che quel tipo radiante era parso all’esterno con la cosa che all’interno lo aveva indotto a suicidarsi in modo così teatrale e indubbiamente doloroso – con David Wallace peraltro pienamente cosciente che il cliché secondo il quale non si può mai sapere veramente cosa avviene dentro qualcuno è vecchio e insulso ma al tempo stesso cercava molto coscientemente di impedire a quella consapevolezza di sbeffeggiare il tentativo o di spingere tutta quella linea di pensiero in quella specie di spirale ripiegata su se stessa che non ti permette di arrivare a niente (essendo ormai passato parecchio tempo dal 1981, naturalmente, e David Wallace è uscito da anni di conflitti letteralmente indescrivibili con se stesso con una potenza di fuoco alquanto superiore rispetto ai tempi della scuola ad Aurora West), la parte più reale, più tollerante e sentimentale di lui a imporre all’altra parte di tacere come se la guardasse occhi negli occhi dicendo, quasi ad alta voce: «Non una parola di più»

io

©Emanuela Barilozzi Caruso

SEI performance nei musei di Roma

 

Museo di scultura antica Giovanni Barracco. Una bellissima collezione un po’ dimenticata. Ci si passa davanti passeggiando per il centro di Roma. Qualche volta, raramente, ci si ferma e si entra.

Roma è una città carica di cose, storie, musei, epoche, personaggi. C’è tutto e il contrario di tutto e il rischio è uscirne con una grande confusione, senza bussola.

Visitarla allora può voler dire vedere le cose più evidenti, le più note, le imperdibili, e tralasciare il resto, per esempio il Museo Barracco.

Che ce ne facciamo del Barracco se nessuno ci va?

Mercoledì scorso, nell’ambito di un’iniziativa organizzata, tra gli altri, dalla casa editrice per la quale lavoro, al museo di scultura antica di corso vittorio è stata allestita la performance di Ivana Spinelli, Minimum: voci.

Voci che recitano ripetutamente e insieme il contratto collettivo italiano del lavoro tessile in sette lingue diverse. Tra resti di statue, busti e teste antiche, sette persone in carne e ossa, ferme per due ore davanti a un microfono, hanno letto il contratto vigente in Italia, in una sorta di lingua magica babelica eppure significante fatta di tutte le lingue del mondo. Ciascuno la sua. L’insieme è ciò che va oltre e ridà senso alle cose.

Percorrere gli spazi del Barracco lungo il fiume mantrico della performance di Ivana Spinelli ha resuscitato quei resti di antichità un po’ dimenticati, li ha animati attraverso un linguaggio infinito nel suo tornare su se stesso.

Minimum è stato un viaggio nel tempo. Non solo l’irruzione non violenta nel mondo antico da parte di esseri viventi in cammino sulle terre della contemporaneità, ma la costruzione di un percorso capace di entrare nelle infinite vite delle cose.

Questo forse bisognerebbe fare a Roma, nei suoi smisurati percorsi d’arte: costruire una mappa fitta dove orientarsi per scegliere un viaggio nel tempo, accompagnati da una voce capace di rianimare le cose già accadute. Tante sottili linee in cui rintracciare la vita.

riscaldamento globale

Questo è il tempo della siccità, del riscaldamento globale, del disastro. Noi romani lo sentiamo nell’aria, che è diventata putrida e carica di smog. Mai come in questo momento. Poi viene la pioggia e nessuno si lamenta perché l’aspettavamo.

Arriva precisa alle 16.30, l’ora in cui Orlando esce da scuola.

Se l’uscita dalla nostra scuola primaria è una delle cose più malmesse e peggio organizzate che io abbia mai visto in vita mia, quando piove la situazione precipita.

I bambini, a un ritmo incommensurabilmente lento, vengono condotti al portone e lì bloccati sotto un cornicione pericolante, crollato qualche metro più in là, per cui è stato transennato un intero marciapiede. Lo sguardo della maestra si fa largo tra la folla di donne uomini e ombrelli venuti a prendere i bambini, che cerca di spedire fuori dalla scuola, uno per uno, finché la classe insesorabilmente si svuota e si passa a quella successiva.

Inutile prendere appuntamenti a Roma se piove. Non è chiaro quando riuscirai a riavere tuo figlio.

La scuola di Orlando ha un bellissimo cortile interno, dove la prima settimana abbiamo accompagnato i bambini che iniziavano le elementari. Ha pure un grande androne confinante con un largo corridoio di accesso alle scale che portano alle aule. Insomma basterebbe il buon senso.

È qui che ci dovete ridare i nostri figli! Nel cortile oppure nell’androne. Non sul marciapiede, sotto il cornicione pericolante e la pioggia battente.

Probabilmente è tutta questione di burocrazia e di assicurazioni. I genitori dentro la scuola a quell’ora non sono assicurati. Se cadessero e si rompessero una gamba. Se scivolassero e battessero la testa. Se si rompessero l’osso del collo. Se impazzissero e cominciassero a colpire la folla. Se aggredissero un insegnante. L’assicurazione non coprirebbe le spese.

Io l’ho sempre detto. La scuola è un grande piccolo specchio dell’Italia. Una specie di laboratorio delle follie di questo paese.

Se si decidesse di coprire i genitori con una polizza integrativa infortuni e responsabilità civile – che dovremmo pagare noi e che ci costerebbe 7/8 euro l’anno – il problema probabilmente sarebbe risolto. D’altronde versiamo già un contributo cosiddetto volontario di 30 euro annui comprensivi di: assicurazione del bambino, cartellino di riconoscimento per le uscite, adsl, manutenzione laboratori. Che in una scuola come quella di Orlando vuol dire un’entrata di 15.000 euro circa.

Con la spesa del cartellino – prezzo stimato tra i 3 e i 6 euro – e quella dell’assicurazione del bambino – 4,50 euro – arriviamo a 10 euro. Il resto delle voci è roba piuttosto fumosa e poco trasparente. Per carità, non voglio dire che la scuola ci marci. Anzi. Probabilmente non ci sono i soldi per fare niente, meglio quindi avere un tesoretto per le emergenze. Ciò che mi disturba è il criterio di esclusione.

La scuola esclude. Esclude i genitori dai suoi luoghi fisici e simbolici. Li esclude dalla conoscenza e dalla trasparenza quando chiede loro di versare soldi senza però voler rendere conto di niente. Li esclude dalla possibilità di decidere come spendere questi soldi. Per esempio accendendosi un’assicurazione per poter entrare a prendere i figli nei locali della scuola.

La scuola esclude i bambini. Quando sono in difficoltà. Quando non ce la fanno. Quando restano indietro. Quando sono fragili. Quando rivelano una differenza. Spesso la scuola non è in grado di includerli.

Ed è così che i genitori, quando piove, sono costretti a scegliere tra l’uscita dei figli da scuola e il riscaldamento globale. Non possiamo biasimarli se mandano a quel paese l’ambiente sperando che non piova, se anzi ci mettono il carico da novanta prendendo la macchina per fare 100 metri e lasciando i motori accesi anche quando stanno fermi. Se lo fanno con automobili ingombranti da tutti i punti di vista. Se quando tornano a casa accendono i termosifoni anche se non serve. Se intrattengono i figli con giochi ipnotici ad alto consumo di energia e di sinapsi, lasciando tutto accesso per ore e ore. Se tutti insieme formano uno dei peggiori nemici privati dell’ambiente. I genitori sono soli nel loro destino. Nessuno li aiuta.

Io personalmente ho stabilito la mia piccola pratica di disobbedienza: quando piove vado a prenderlo prima.

chi ha ucciso Perkus Tooth?

Ognuno trova quel che cerca nelle letture che fa.

Tornare a Lethem dopo una lunga immersione nei romanzi di Murakami non è stato facile. Rimasta col cuore tra le lontane montagne del Giappone, non riuscivo ad ambientarmi nella Manhattan di Chronic City. Ma gli americani ti danno il tempo. 450 pagine di narrazione. Alla fine o entri nella storia, oppure rimetti il libro nello scaffale e lo saluti per sempre. Io l’ho letto fino in fondo.

Lethem riesce a raccontarmi alcuni dettagli del mio tempo e della mia vita come nessun altro al mondo.

Chronic City è la biografia di chi ha percorso una strada irregolare. Raccontata ad anni di distanza dagli anni più caldi. Quando ci si ritrova in casa con gli amici di allora, ancora a vaneggiare di immaginari, fantastici calderoni e a fare i conti con coloro che se ne sono andati. Qualcuno dirà: sì, ma eravate irregolari. È vero, ma non eravamo pronti alla perdita. Non a veder andar via così i nostri compagni di viaggio. E come accade al protagonista del romanzo, Chase Insteadman, anche per noi arriva la domanda: come sono morti davvero i nostri amici? Ma la risposta si perde in un mare di ipotesi in cui la realtà è talmente sfuggente che diventa difficile pensare, ora, di cambiarla una volta per tutte.

Chronic City è un lungo, bellissimo addio a coloro che se ne sono andati. È il resoconto di quel che ci resta: l’amore purissimo di un cane e la forza inafferrabile di una tigre.

 

salviamo i bambini dal pallone

Il padre di mio figlio è un romano quasi doc, con i pregi e i difetti che caratterizzano gli abitanti della capitale. Per esempio certa cinica ironia. Quando gli ho parlato dei risultati di un’indagine che ha rivelato il diverso atteggiamento delle donne e degli uomini nei confronti dei colloqui di lavoro (le donne vanno molto più preparate degli uomini, che facilmente ci provano anche se non hanno un grande cv da presentare), ha detto: certo, noi dobbiamo portare in fretta i soldi a casa. Nonostante il pensiero un po’ retrò, nelle sue parole si nasconde una verità: l’approssimazione. Insomma l’ammissione della vaghezza nelle azioni e della fretta nel portarle a termine.

I maschi sono più semplici, pragmatici e privi di grilli per la testa. Vanno al sodo senza farsi troppe domande. Atteggiamento di cui non è il caso di vantarsi, visti i danni che riesce a provocare. Ma è forse questione di dna? Quello del maschio è un destino genetico? Io sinceramente non lo so. Credo inoltre che il dna sia talmente suscettibile anche dei più piccoli movimenti esterni e interni, che è difficile definirlo una volta per tutte. Ma se pure fosse, oltre al dna ci sono le esperienze, le condivisioni, le proposte, l’ascolto e un milione di altre cose che descrivono il nostro passaggio su questo pianeta. Cose sulle quali si può lavorare. Alle quali affidare un possibile cambiamento.

La semplicità di Orlando che cerca e trova il suo ruolo dietro a un pallone che disperatamente viene lanciato nello spazio di una porta. La visionarietà di quella porta spesso immaginaria, fatta della materia dei sogni. Il contatto fisico, quel volersi acchiappare a tutti i costi, il sudore, il fiatone, le voci gridate, be’ mi commuovono. E pure messe a confronto con le sofisticatezze dei giochi delle bambine, non mi dispiacciono. Certo però che lo spazio privo di fretta, creativo, raffinato e pieno di respiro non può essere ignorato. Anzi. Allora mi dico: meno male che le inseganti sono donne. Meno male che Orlando impara a lavorare la maglia, e gli piace, che impara a spazzare per terra, che si mette con pazienza a colorare, che si dedica alle creazioni d’arte con la cura e la precisione di cui è capace. Se la scuola fosse nelle mani dei maschi, tutto questo non ci sarebbe. E non ci sarebbe nemmeno ciò che secondo me in questo momento sta salvando la scuola dal naufragio imminente: il volontarismo di alcune insegnanti, la loro disponibilità a mettere in gioco qualcosa che nessuna moneta può comprare, cioè quella parte di lavoro che il ministero non richiede e che sullo stipendio non viene riconosciuta. Pochi uomini probabilmente accetterebbero una simile condizione, vista l’urgenza di portare i soldi a casa.

Mancano, e quando dico mancano è drammaticamente vero, figure maschili nella scuola primaria. Meglio così, verrebbe da dire, almeno la fastidiosissima approssimazione di cui gli uomini sembrano essere portatori sani resta fuori dalle classi dei bambini. Poi ovvio, il dirigente spesso è maschio, ma di questo non ci lamentiamo perché il suo pragmatismo lo aiuterà a fare bene. E infatti si vedono i risultati. Nella scuola, che cade letteralmente a pezzi, come altrove, dall’ambiente alle relazioni umane alla politica. Dalle questioni universali alle più piccole. Grazie al pragmatismo e alle approssimazioni siamo stati sommersi da mondezza e plastica. Non c’è stato un attimo per fermarsi a pensare alle conseguenze di ciò che facevamo finché il pianeta Terra non ha cominciato a gridare il suo strazio. E nemmeno questo è ancora sufficiente.

Io credo che esiliare i maschi dai luoghi della prima formazione sia un errore, così come credo che sia un errore lasciare questi luoghi interamente nelle mani delle donne. Perché la scuola non può che avere ancora un ruolo, che probabilmente si esaurirà nel giro di qualche decennio: la sperimentazione. Anche quella delle relazioni di genere. Del rapporto con la propria personalità e con quella dell’altro da sé. Di nuovi ruoli. Nuove forme. Dell’abbattimento di uno spirito conservativo che dimostra quanto poco pesi, spesso, sul piatto della bilancia maschile, la presenza dei bambini, cioè di coloro ai quali un giorno lasceremo il testimone di questo nostro mondo.

I maschi continuano a correre dietro a un pallone senza mai riprendere fiato, e pure quando si appassionano di slow, lo fanno per costruirci sopra un business.

Sarebbe cosa buona e giusta che gli uomini entrassero nella scuola come insegnanti accanto alle colleghe, e lì si riformulassero nella relazione con tutti gli altri, bambine, bambini e donne, che da più di cento anni chiedono loro di venire a sedersi al tavolo del confronto. Sarebbe cosa buona e giusta abbattere il muro dei ruoli che relegano le donne alla cura dei bambini piccoli, per poi affidarli più tardi all’insegnamento dei maschi che arrivano a formare i caratteri dei ragazzi negli anni dell’adolescenza e della giovinezza, mostrando loro come si sta al mondo davvero. Sarebbe cosa buona e giusta contaminare il gioco del pallone con la grazia, che in fondo, a guardarlo bene, ne ha un immenso potenziale.

Intelligenza artificiale. Bambine contro bambini

In prima elementare le differenze di genere si amplificano. I gruppi si separano. Le femmine vanno da una parte e i maschi da quella opposta. Così nello spazio come nei fatti e nel tempo. Si rincontreranno, molto in là negli anni, quando arriveranno i primi amori, i primi ormoni, le prime cotte. Ma da questo momento, per molto tempo, i maschi e le femmine faranno percorsi separati.

La scorsa mattina andando a scuola Orlando mi raccontava di un esercizio di matematica fatto in classe. I bambini dovevano copiare dalla lavagna degli insiemi su un numero imprecisato di fogli, da un minimo di 1 a un massimo di 20. Lui ha compilato 3 fogli, e così i suoi amici maschi, che non sono andati oltre i 4. Di gran lunga più produttive le bambine, qualcuna delle quali ne ha compilati 12, una addirittura 20, cioè il massimo.

Perché? Tutta questione di QI? Questi maschi sono proprio così scemi? Ci mettono tanto a sviluppare qualità che nelle femmine si rivelano quasi immediatamente?

A cercare spiegazioni si incappa in una incredibile rincorsa a chi è più intelligente di chi. I bambini allattati sono più intelligenti di quelli non allattatti. I bambini bilingue sono più intelligenti dei monolingua. Le femmine sono più intelligenti dei maschi. E chi più ne ha più ne metta. Ma a noi non interessa sapere chi salirà sul podio del bambino più intelligente del secolo. Noi vogliamo sapere dove si nasconde la felicità.

Alcuni studi rivelano differenze che sembrano più indotte che innate. Per esempio che le future bambine, cioè le donne, si presentano a un colloquio di lavoro quando le loro competenze rispondono al 100% delle richieste. Gli uomini si presentano anche con competenze che ne coprono il 60%.  I maschi si buttano. Le femmine si misurano. Quindi, forse, i maschi sono stati educati al coraggio, le femmine alla perfezione.

Detta così potrebbe addirittura sembrare un vantaggio al femminile, se non fosse noto che la perfezione è un inferno che genera disparati mostri in un range che va dalla mancanza di sicurezza fino ad arrivare all’anoressia, passando per infinite altre trappole disseminate sul terreno delle nostre giornate. D’altronde il coraggio, se smisurato, non è da meno: quasi una bacchetta magica che viene a cancellare lacrime, palpitazioni, capacità di riflessione, di ascolto, fragilità, legittime paure. Insomma la femmina ne esce impeccabile, il maschio incontenibile. Con tutte le conseguenze sociali, culturali, penali, antropologiche ed economiche che conosciamo.

Al fondo, per tutti, credo ci sia una sana naturale reazione alla scuola, che è pur sempre un sistema coatto, trasmettitore di immaginari dati. Le bambine reagiscono rispondendo in modo obbediente alle richieste. I bambini scalpitando. Entrambi allineandosi all’immaginario del vecchio mondo.

Ma che ci sta a fare la scuola se non è in grado di creare nuovi scenari? Di mettere le mani nella pasta del futuro? Rimescolando le carte e liberando tutte e tutti. Le bambine dall’obbedienza e dalla insostenibile perfezione. I bambini dall’incontenibilità e dalle approssimazioni del coraggio.

E poi sì, la libertà è anche arrampicarsi sugli alberi, e la scuola questa cosa non la garantisce. E i bambini possono esplodere o implodere.

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