la propagazione del suono

Lunedì, dopo aver accompagnato Orlando alle 8,30, alle 11 dovevo tornare a scuola per lo spettacolo di fine anno. Così sono rimasta in zona  e mi sono presa due ore per me. Farò shopping, ho pensato. Ero disposta a comprarmi un bel paio di scarpe. I negozi però erano chiusi. Alcuni, molti, avrebbero aperto alle 10. Dovevo trovare un’attività capace di impegnarmi per più di un’ora in un quartiere che non amo. Camminavo e sentivo la tristezza di cui solo Roma, in alcune strade e in pochi momenti della giornata, è capace. Poi ho visto l’immensa scritta Feltrinelli e mi sono detta: andrò lì. Nonostante l’ostinata volontà di boicottarla per favorire, nel mio piccolissimo, le librerie indipendenti.

Negli spazi Feltrinelli, accanto ai libri per l’infanzia, è generalmente sistemato uno scaffale psicopedagogico dove mi sono diretta in cerca di testi destinati ai genitori separati per aiutarli a relazionarsi con i figli. Non ho trovato niente, o forse non l’ho visto, perché di sfogliare generici libri sull’argomento in fondo non mi va. Perché in realtà vorrei un illuminato psicoterapeuta qui accanto a me, in carne e ossa, a sostenermi e ascoltarmi. Non ho trovato niente sui figli dei genitori separati ma mi sono comprata Bambini con le spine. Affrontare rabbia, prepotenza o isolamento in modo costruttivo di Jesper Juul.

Poi sono andata allo spettacolo. Sono arrivata un po’ in ritardo rispetto agli altri e sono entrata da sola, cosa che mi ha permesso di trovare un posticino nella prima fila della galleria, destinata a genitori e parenti. I bambini erano sotto di noi, in platea. Per la matinée erano state invitate quattro o cinque scuole. Il teatro era una specie di inferno dove i gironi si srotolavano dall’alto verso il basso del buco nero in cui sarebbe stata rappresentata la Tosca. Era naturale lo scambio di sguardi e saluti da un girone all’altro, nel caso in cui la fortuna si fosse decisa ad assistere quel genitore che doveva riconoscere e a sua volta essere riconosciuto dentro la bolgia. Dietro di me una mamma e una nonna non avevano avuto fortuna: Alice non le aveva viste. Loro però non si perdevano d’animo e continuavano a gridare verso il basso il nome della bambina. “Levate la felpa ché fa caldo”. Combattendo contro tutte le leggi di propagazione del suono, sulla base delle quali sono costruiti auditorium e teatri di ogni sorta. E infine lo spettacolo è iniziato.

In questi giorni ho la lacrima facile. Ma solo una volta l’ho sentita scendere lungo il viso: quando Mario Cavaradossi, accompagnato da un coro di bambini entusiasti, ha cantato: Vittoria! Nessun pianto di fronte a Tosca che per amore si butta da Castel Sant’Angelo. Strazi sentimentali che al momento non mi toccano.

Bambini con le spine si fa leggere con facilità, nei momenti liberi, nei punti di fuga dal tempo, nelle distrazioni di Orlando.

Subito un punto in comune tra me e Juul. L’incontro con Winnicot, un professionista della mente niente affatto disposto a condannare i comportamenti imputabili all’aggressività. La tendenza antisociale è un segnale di speranza. La disperazione è una caratteristica del bambino deprivato, che naturalmente non si comporta sempre in maniera antisociale. Nelle fasi di speranza, tuttavia, il bambino agisce in modo antisociale (Donald W. Winnicot, Il bambino deprivato: le origini della tendenza antisociale)

La responsabilità.

In una relazione tra adulti entrambe le parti sono parimenti responsabili della stessa. Ciò nonostante, io raccomando sempre di prestare attenzione al termine responsabili. Quello che intendo dire è che entrambe le parti sono responsabili di decidere la direzione da dare al loro rapporto, di correggere errori o di scoprire modi nuovi o più costruttivi di convivenza […] Nella relazione tra un adulto e un bambino è sempre l’adulto a essere responsabile al cento per cento della relazione. Nella misura in cui i bambini influenzano una relazione, essi non sono in grado di esserne responsabili. Questa affermazione non deve essere intesa come appello morale a favore della parte più debole. Rimanda semplicemente a uno dei limiti della competenza infantile […] Al di là di questa incapacità, per le relazioni interpersonali che coinvolgono i bambini vale la regola secondo la quale la donna o l’uomo che detiene la leadership è sempre anche responsabile della qualità della relazione […] Vale per tutti, che si tratti di insegnanti, dirigenti scolastici, operatori sociali, presidenti di partito, impiegati delle poste o educatori. Puoi scegliere di riconoscere questa particolare responsabilità, oppure di ignorarla – spetta comunque a te. Non la puoi delegare, né condividere.

Jesper Juul, Bambini con le spine

A proposito di potere e responsabilità. Dentro le scuole. Dentro le comunità. Dentro le istituzioni.

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il mio karma

Nel finale di Halloween. La notte delle streghe di John Carpenter, lo psicopatico Micheal Myers viene ferito innumerevoli volte, ogni volta rialzandosi e ricominciando a combattere fino a trasformare la naturale paura dello spettatore in una risata. Insomma. La ripetitività fa sì che l’horror diventi grottesco.

Da anni tra me e lui è in corso un braccio di ferro in cui nessuno dei due sembra voler cedere. Lui che si ostina a dirmi no! Io che mi ostino a provare, incurante dei fallimenti, delle ingiustizie, dell’impotenza. Io da una parte che torreggio come un’eroina, che ogni volta mi rialzo, mi rianimo e ci riprovo, lui dall’altra parte che mi impedisce di passare anche quando ne avrei pieno diritto. Lui è il concorso.

Bandi e concorsi. Una voce fallimentare della mia vita. Ma io non mi rassegno e ogni volta ne trovo uno nuovo da tentare. Quasi sempre i tentativi vanno male, con la particolarità che anche quando vanno bene vanno comunque male. Come la volta in cui ne vinsi uno ma per un crudele, stupido caso, non ottenni il posto, o quella in cui fui chiamata e mi sentii dire: bel progetto, noi ci siamo, hai qualche idea per trovare i soldi? Io però i soldi li stavo chiedendo a loro.

Bandi e concorsi. Una delle tante strade che popolano una terra ricca e fertile: il mio karma. Nella corrente vita non ti saranno destinati né soldi né onori, nella prossima vedremo. Potrei fare milioni di esempi che lo confermano. Esempi pubblici e privati, sentimentali  e professionali.

1 Finisce ora la relazione col padre di mio figlio. Qualche giorno dopo l’esito negativo del nostro rapporto esce una notizia che ribalta la sua situazione economica, che un tempo sarebbe stata anche la mia, migliorandola e facendola inaspettatamente progredire. Una cosa che poteva succedere due, tre, quattro mesi fa, un anno fa, quando ancora vivevamo insieme e con lui avrei potuto condividere le gioie di un tale avanzamento. E invece no. Succede ora.

2 Le mie idee sul matrimonio e sulla libertà. Ed è così affidato al suo buon cuore tutto ciò che in una situazione regolare sarebbe semplicemente dovuto.

3 Tutta la mia vita è tempestata dall’idealista rifiuto di fare della scrittura una professione.

Io a questo karma ho creduto e l’ho assecondato. E allora forse non è solo questione di karma. Sono le mie scelte che si tirano dietro le cose connotandole.

Se tornassi indietro? Rifarei tutto come ho già fatto? Non lo so. Penso proprio di sì. Meno male che indietro non si può tornare, altrimenti mi sentirei come Micheal Meyers, e questa mia naturale aura un po’ tragica, trasparente, pulita, idealista al punto da risultare sciocca, altera, di personaggio uscito da un conte philosophique, si trasformerebbe in una cosa ridicola.

piove

Ieri Orlando mi ha detto di no. Per l’ennesima volta.

Le nostre giornate partono così. In ritardo, sul filo del rasoio, senza il tempo di ragionare. Fuori pioveva. Dentro io ho gridato. Lui ha gridato a sua volta. Il suo No è la mia colpa, il mio senso di colpa. Il tempo non ci aiuta. Se questo sole volesse finalmente uscire, sarebbe tutto più facile. E invece fa capolino e poi torna a nascondersi.

L’altro giorno ho riportato indietro Infinite jest di Wallace. Non è il momento. Restituirlo in biblioteca dopo aver letto 100 di 1000 pagine di pura angoscia è stato un gesto simbolicamente rilevante. Mi dispiace per te, Wallace, mi dispiace che stavi così male, che ti sei suicidato, che non hai trovato sollievo né ragioni per restare, ma io invece sì. Di ragioni ne ho milioni.

Hai fatto bene – mi ha detto un’amica – questa è l’ora di leggere donne.

Ho restituito Wallace e ho preso in prestito La vergine nel giardino di Antonia S. Byatt. Possibile che Shakespeare fosse in realtà la regina Elisabetta?

Ho fatto male a gridare ieri mattina, ma in fondo ho anche fatto bene. Mi sento in colpa, ma è così che deve essere. È vero, è colpa mia. Inutile negarlo. Inutile dire che non c’era scelta. Certo che c’era, e io ho scelto.

Qua iniziano forse le cronache dalla terra asciutta e magica della separazione. Sono a piedi, con due stracci che mi porto dietro, e con mio figlio. E di questo sono grata alle mie sorelle maggiori, perché cento anni fa lui non sarebbe stato con me. Dietro di me le macerie dei ruoli, dei giudizi, dei pregiudizi, delle storie che si ripetono. Mi volto ancora una volta a guardarle. Poi riprendo il cammino, accanto a mio figlio, e sono Shakespeare e sono la regina Elisabetta.

entropia

entropia

È l’inizio della primavera. E io ieri mi sono presa una birra chiamata Entropia. È amara, non proprio il gusto che piace a me, ma è corposa e ha un nome bellissimo. Ne è valsa la pena.

Il secondo principio della termodinamica afferma che l’energia termica (il calore) fluisce sempre da un corpo più caldo a uno meno caldo e mai in direzione contraria.

L’energia, cioè, si ridistribuisce finché il sistema costituito dai due corpi raggiunge un equilibrio completo, entrambi hanno la stessa temperatura e non è più possibile il passaggio di calore dall’uno all’altro. L’entropia può essere definita proprio come la misura del grado di equilibrio raggiunto da un sistema in un dato momento.

A ogni trasformazione del sistema che provoca un trasferimento di energia (ovviamente senza aggiungere altra energia dall’esterno), l’entropia aumenta, perché l’equilibrio può solo crescere. In teoria, si può considerare un “sistema” anche l’intero universo e allora la conclusione è: anche nel cosmo l’energia tende a distribuirsi dai corpi più caldi a quelli meno caldi e l’entropia aumenta. 

Quando tutto l’universo si troverà alla stessa temperatura (gli scienziati ipotizzano a pochi gradi al di sopra dello zero assoluto), l’entropia sarà massima e nessuna trasformazione sarà più possibile. Sarà la cosiddetta morte fredda dell’universo. (Focus)

Potrebbe succedere la stessa cosa in economia – dice il padre di mio figlio – obiettivo 800 euro per uno, nessuno escluso. Fino al punto di estirpare dall’oggetto denaro il valore aggiunto e portarlo alla condizione di unità di misura del fabbisogno umano: il quantitativo di aria, acqua, cibo e cose sufficiente a garantire la sopravvivenza a ciascuno di noi.

In natura, se un corpo possiede più calore di un altro, quel calore va a spostarsi verso un corpo che ne possiede di meno. In natura il movimento è questo: una costante ricerca di equilibrio tra corpi che hanno di più e corpi che hanno di meno.

Il cosmo al Maxxi

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Domenica 25 marzo siamo andati al Maxxi e abbiamo visitato la mostra Gravity. Immaginare l’universo dopo Einstein. Abbiamo scelto questa data perché al termine della mostra era disponibile un laboratorio dove bambini da 6 a 10 anni potevano creare un reticolo spaziotempo con delle costruzioni a incastro. Il 29 aprile il laboratorio sarà riproposto . Uno spazio semplice, fatto quasi di giochi quotidiani, un’occasione per visitare la mostra e tenere in mano un concetto che in astratto sembra inafferrabile.

The Way Things Go è la prima opera che incontriamo sul percorso della mostra. Un video del duo artistico svizzero Peter Fischli e David Weissè datato 1987, dove la concatenazione di eventi si trasforma in un mantra capace di animare il mondo delle cose, di muoverlo e trasformarlo, di incollare i bambini allo schermo. La realtà appare come una filastrocca di eventi che all’infinito rotolano uno sull’altro.

La visita ovunque è segnata dal Cosmic Concert di Tomas Saraceno e il nostro passaggio non è neutro. Attraversando le stanze della mostra, ne modifichiamo i suoni e la percezione che ne abbiamo.

Ci fermiamo davanti a The Horn Perspective di Laurent Grasso. Siamo di fronte a un video che ci porta nel cuore di un bosco, lasciando alle nostre spalle la ricostruzione del radiotelescopio che nel 1964 catturò uno strano suono, scambiato all’inizio per cinguettio di uccelli, poi riconosciuto come reliquia fossile del Big Bang. Un mormorio che da allora non si è mai spento e che costituisce il sottofondo musicale della vita dell’universo.

Il reticolo spaziotempo si trasforma al nostro passaggio e attraverso i nostri movimenti. Curvare lo spaziotempo, installazione interattiva di INFN. Qui ci si può fermare per ore. A tutte le età.

Infine la Nephila Senegalensis di Echoes of the arachnid orchestra di Tomas Saraceno, che costruisce la sua tela. I suoi movimenti sono amplificati da microfoni potentissimi che ce ne restituiscono il suono, mentre le luci catturano l’immagine della polvere cosmica nella quale viviamo.

Non abbiamo capito tutto di onde gravitazionali, buchi neri e suoni fossili, ma ci siamo immersi in un cosmo illuminato diversamente, con pochissima luce (la mostra è in penombra e bisogna abituare gli occhi per scovare le cose e non perdersi). Abbiamo trasformato il reticolo spaziotempo. Abbiamo ascoltato il suono del Big Bang. Abbiamo attraversato una foresta. Abbiamo respirato polvere cosmica accanto a un ragno.

Abbiamo toccato le cose. Ne abbiamo sentito la consistenza. La conoscenza passa anche per la strada dell’esperienza. E l’arte ha il potere di uscire dalla maglie impossibili dell’astrazione per riportare le idee al nucleo vivo e pulsante da cui nascono: la materia e la sua forma. Ha il potere di spegnere le luci abbaglianti e un po’ fredde della scienza e nella penombra dell’universo rintracciare l’immagine di ciò che forse abbiamo visto.

 

due parole su coco

L’essere umano è uno spazio saturo di contraddizioni.

Ieri è stato il compleanno di Orlando. Il suo settimo compleanno. Sono andata a prenderlo a scuola prima dell’uscita e insieme siamo andati al cinema a vedere Coco.

Tralascio l’importanza del film sul tema del rapporto con la morte di cui tutti parlano. Mi permetto solo di fare un appunto dissonante rispetto al coro: l’avventura vissuta dal protagonista, Miguel, ci dimostra che se nel mondo dei vivi non saremo ricordati, nell’aldilà scompariremo. Questo ciò che accade nel film. La vita eterna è legata alla memoria di chi resta. Insomma non riusciamo a liberarci di noi stessi, a liberare gli altri da noi stessi, nemmeno morendo. Non siamo disposti a tagliare il laccio e a metterci da parte. Mai.

Ma la cosa che più mi preme è il Leitmotiv di Coco: niente è più importante della famiglia. Una frase che segna la storia al punto da offuscare il resto. Evidentemente il senso profondo del film. Una vera e propria legge alla quale il protagonista all’inizio disobbedisce per seguire la propria passione, avversata in modo indiscriminato da tutti i parenti. Nel corso dell’avventura però Miguel scopre che proprio nelle sue origini risiede la ragione di quella passione. E alla fine i conti tornano: nessuno se ne ricordava, ma la musica amata dal protagonista stava già nel sangue dei suoi antenati. Per carità. Va bene così. Non trascurerei però con tanta leggerezza il dettaglio che è stata proprio lei, la famiglia, col suo carico di genitori nonni e zii, a spedire il protagonista all’inferno nel momento in cui ha dichiarato la propria passione.

Spostando un po’ il punto di vista, potrebbe rivelarsi interessante la matrilinearità della discendenza di Miguel, se non fosse che il trisavolo maschio non è un semplice assente, ma uno che col proprio abbandono ha determinato un destino che è una vera e propria tagliola per tutti. Se non fosse che la donna da cui tutto discende ha costruito l’esistenza propria, dei propri figli e dei propri nipoti sulla rabbia verso l’uomo che l’ha lasciata sola. Una donna che si porta la stizza pure nell’aldilà e che solo di fronte all’evidente innocenza si decide a perdonare l’amore della sua vita.

Personalmente ho dovuto azzerare i rapporti con i miei familiari, ho dovuto farli uscire dalle maglie strette del sistema famiglia, per poterli conoscere e da quel momento amare come persone. Ho perdonato anche, soprattutto, dove non c’era innocenza. Se no che perdono è?

A proposito di quello strano fenomeno raccontato nel film che è la morte nell’aldilà. Orlando, un bambino che non frequenta alcuna religione, l’altro giorno mi ha detto: il paradiso è il posto dove vengono esauditi tutti i nostri desideri. Perché mica si può morire due volte.